Recensioni / Lezioni di traduzione

Scritte in occasione di un ciclo di quattro conferenze tenute a Napoli nel 1989, le Lezioni sulla traduzione pubblicate da Quodlibet assommano l’esperienza del Fortini traduttore alla finezza della sua analisi critica. Affrontando questioni apparentemente di dettaglio, Fortini schiude spiragli che illuminano – in modo efficace proprio perché parziale – il problema generale dell’essenza del tradurre. Forse neppure nei suoi celebri saggi degli anni Settanta Traduzione e rifacimento o Cinque paragrafi sul tradurre lo scrittore era riuscito a destreggiarsi tanto agevolmente tra teoria della traduzione e prassi traduttiva, coinvolgendo entrambe in un’unica riflessione senza però negare il necessario scarto tra l’una e l’altra. Fortini prende le mosse dall’affermarsi, nel Novecento, delle traduzioni d’autore, punto d’arrivo di un processo che ha origine nella prima età romantica. Con lo sviluppo della consapevolezza della dimensione storica e con l’intensificarsi del contatto della tradizione occidentale con tempi o spazi lontani inizia il declino della traduzione di matrice “umanistica”, che tendeva ad assimilare l’“altro” rendendolo attraverso forme del “proprio”. Finita l’età dell’appropriazione, sorge quella della collisione dei linguaggi e dei testi: nasce il bisogno di restituire le diversità e le specificità, anche attraverso gli strumenti della filologia, della linguistica e delle scienze storiche. Nel secondo Novecento, però, ci si affida sempre più a poeti traduttori che sostituiscono alla lingua-cultura nella quale un tempo «trascinavano in catene i testi di partenza» le loro lingue private. Solo con gli idioletti poetici può coincidere oggi, secondo Fortini, lo «straniero», non esistendo più lingue-culture nazionali o comunque fortemente coese alle quali riferire la traduzione. Sulla scorta di Benjamin e di Adorno, Fortini rileva il nesso, saldatosi nel dopoguerra, tra la lingua dell’alta cultura e quella tecnocratica della scienza e dell’industria; da ciò deriva un «metalinguaggio dominante» rispetto al quale ogni singola lingua è di fatto subalterna.
In questa situazione l’alternativa per chi traduce sembra ridursi a quella tra traduzione di servizio e traduzione d’autore. Uno stallo, questo, che Fortini intende superare cercando una traduzione che superi la mera «parafrasi» ma eviti il «rifacimento», il quale, specialmente se privo di un progetto politico-culturale, genera uno stato di «falsa coscienza» che alimenta l’illusione di «un consumo pieno della parola poetica». Lungi dall’offrire soluzioni facili o definitive, Fortini affronta questioni concrete come i «compensi», il tradurre in metrica o l’inserimento del testo a fronte rilevando in primis l’importanza dell’orizzonte culturale-ideologico di partenza e d’arrivo. La tradizione guida la traduzione: per questo il Rimbaud di Fortini suona volutamente come un «sonetto epigonico post-montaliano», mentre Milton viene tradotto con un italiano del Settecento (il secolo di chi ne mise i versi in musica: Händel), per di più costellato di dantismi. L’ampia trattazione fortiniana della zona intermedia tra traduzione e «memoria degli autori» culmina nel saggio sulle traduzioni immaginarie posto in chiusura. Nella traduzione immaginaria si postula un testo inesistente e la sua riproduzione è quella di una traduzione possibile: si applicano modelli non di poesia originale ma di traduzione. È ovviamente un’operazione culturale: la creazione in potenza di un originale fittizio avviene combinando quegli elementi di un’altra cultura che si vuole trasferire nella propria. L’idea di traduzione esposta nella seconda delle Lezioni (traduzione come ricombinazione della gerarchia degli elementi semantici e metrico-formali dell’originale) trova dunque un suo pendant in quest’ultimo saggio, dove il testo tradotto è descritto come un coacervo di echi culturali ottenuto per combinazione e attraverso consapevoli spostamenti di registro.