Recensioni / "La condanna a morte di Pietro Paolo Boscoli"

Ricordo come addì 22 febbraio 1512, in martedì sera, di tempo quadragesimale, furono condannati a morte Agostino di Bernardo Capponi e Pietro Paolo di Giachinotto Boscoli come congiurati contro la casa de’ Medici, per aver voluto liberar la città e ammazzar Giuliano e Lorenzo e messer Giulio, come il vero appare nelle loro esamine”. “E ‘l martedì sera, sappiendo io Luca di Simone di Marco Della Robbia che essi avevano da morire, tirato da una gran pietà di consolare quanto potevo Pietro Paolo, col quale io tenevo gran famigliarità, desideroso etiam di cognoscere s’egli era tal qual molti suoi amici et io massime l’avevamo giudicato, di grande animo e di non minore prudenza e religione cristiana dotato, fui presente nel Bargello tutta la notte da ore 2 in circa per insino al punto della morte sua, che fu a ore 10 in circa. E perché sapevo era di singolare ingegno e di buone lettere e aveva assai nervo ne’ suoi discorsi, notai diligentemente tutte le sue parole e domande e risposte, e nella mia memoria le ritenni. E acciò che non si perdesse un tanto e sì fatto esempio di fortezza e gagliardia d’animo, dopo il danno d’uno tanto buono, nobile e generoso cittadino, giovane circa d’anni 32, biondo e bello e di gentil aspetto, ma di vista corta, acciò, dico, non si perdesse tanta memoria, m’è piaciuto mandare in scritto ciò che lui in tal notte parlò”. Studiosi come Jacob Burchardt, Giovanni Gentile e Delio Cantimori indicarono questa testimonianza come un altissimo paradigma della temperie morale dell’epoca. E questa riedizione contiene infatti anche un celebre saggio di Cantimori. “Il confessore esorta il Boscoli – che è tutto immerso nel suo sforzo di congiunzione a Dio – a credere ciò che comanda ‘Iesu Cristo e la Santa Madre Ecclesia’, ad avere ‘una viva speranza nella remissione dei suoi peccati mediante la passione di Cristo’, a morire ‘per amor di Lui e non per altro’”, dice Cantimori. Ma “il buon frate non aveva capito un bel niente di quel che avveniva nell’animo del suo confesso (benché poi rimanesse edificato del suo fervore)”.  “Deh! S’io potessi lacrimare alquanto la passione del mio Signore!”, implora il condannato. Che vuole morire cristiano, ma sente inutili i conforti di sacramenti, preghiere e immagini sacre. E al frate che lo invita a sopportare serenamente la morte: “Padre, non perdete tempo a cotesto, perché a questo mi bastano i filosofi. Io vorre’ ire intrepido alla morte, con tanta fede che affogassi il senso”. “Deh! Luca, cavatemi della testa Bruto, acciò ch’io faccia questo passo interamente da cristiano!”.