Recensioni / Sempre avanti Senofonte!

 Torna in un'edizione curata magistralmente da Dino Baldi, il viaggio più celebre della Grecia classica. Scritto in un greco, come diceva Leopardi, «comprensibile a tutti».

La lettura dell’Anabasi piaceva molto a Italo Calvino. Senofonte, diceva, é un Lawrence d’Arabia e il libro e un Sergente nella neve (definito a sua volta da Elio Vittorini «una piccola anabasi dialettale») e agli altri racconti della ritirata di Russia. Come gli alpini italiani nel '43, cosi i dodicimila mercenari greci, dopo una guerra vinta ma volatilizzata dalla morte del loro assoldatore, il persiano Ciro rivale del re e suo fratello Artaserse, e l’uccisione dei loro comandanti, si trovano abbandonati a se stessi nella lontanissima Babilonia. lntorno, un mondo oscuro e sconosciuto, clima altrettanto misterioso, giogaie interminabili di alture gelide e fiumi immensi, popolazioni barbare e ostili, soltanto il sole per orientarsi. Barricata come le guarnigioni nel deserto dei Tartari di Buzzati o avanzando dietro guide infide raccattate sul posto, in colonna serrata, a piedi, armi e bagagli e donne al séguito, quella piccola scheggia della Grecia» si avvio in cerca della patria lontana, nell’estate del 401, per un’avventura che sarebbe durata due anni. Senofonte, allora trentenne, era uno di loro. Eletto appunto dopo l’eccidio dei generali a prenderne il posto, li guido e poi, com’e ben noto ai ginnasiali di tutta Europa, ne narro in terza persona l’avventura drammatica in un greco fluido e aureo, da vera ape attica come lo definivano gli antichi, un greco facilissimo dai capire anche per i principianti» annotava Leopardi mentre lo leggeva il dì di Natale 1821. Puntando verso nord, essi attraversarono le vallate del Kurdistan, percorsero le steppe e le montagne tallonati dai nemici e fra continue guerriglie fino in Armenia, senza nemmeno sapere che paese fosse quello lì. Cominciò a nevicare, e comincia il brano famoso che Calvino ammirava: <<La neve ricoprì completamente le armi e gli uomini che dormivano, e imprigiono anche le bestie da soma. I soldati non avevano voglia di alzarsi. Ma Senofonte ebbe la forza di mettersi in piedi, nudo, e comincio a spaccare legna. Ben presto si levo un soldato, poi un altro, che gli tolse di mano la scure e continuò il lavoro, e poi tutti, e accesero un fuoco...». Nelle vallate dell’Armenia la neve era alta un metro e mezzo, la tramontana sferzava i volti e bruciava ogni cosa, i giumenti sprofondavano fino al ventre e gli uomini cadevano ai lati della pista per fame 0 per cancrena e venivano abbandonati al loro destino con gli occhi abbacinati dal biancore e le stringhe e le suole dei calzari gelate intorno ai piedi. Qua e là un villaggio con gli uomini schierati a difesa con armature di pelli e coltellacci, o qualche donna sparuta che attingeva acqua alla fonte e gli abitanti che vivevano in gallerie sotterranee insieme agli animali domestici. Avolte si trattava, a volte si combatteva, si saccheggiava e allora finalmente si mangiava e si beveva.
Come fu come non fu, finalmente, un bel giorno, dall’avanguardia giunta in cima a un monte echeggio un grido incontenibile, gli altri accorsero spingendo su le bestie da soma e i cavalli, e scorsero il mare, all’estremità orientale del Mar Nero. Eressero un trofeo e scesero. Per un greco il mare era come casa sua. E l’Anabasi finisce qui, col quarto libro. Il racconto di ciò che avvenne in séguito, nel prosieguo della marcia lungo il mare e per terra fino a Bisanzio e a Pergamo, dove i dodicimila giunsero in seimila, perde d’interesse di fronte a quest’epica colorita, a questo racconto di situazioni estreme e di stranezze esotiche, da cui un elleno non e meno sconcertato che dalla profondità inaudita dei fiumi o dalla birra che producevano certe popolazioni montane. Come del testo finisce li anche la vita dello scrittore, poi intristita da trent’anni di altre guerre mercenarie e di esilio, coltivando la caccia c rievocando gli anni della gioventù, quando Senofonte era stato allievo di Socrate e avviato alla carriera della filosofia anziché a quella delle armi. La vivacità di quel racconto, sorprendente se si pensa che fu redatto molti anni dopo, e riproposta in una vivace traduzione di Dino Baldi dall’editore Quodlibet in una collana,Compagnia Extra, di fine intuito. Diretta da Jean Talon con Ermanno Cavazzoni, essa annovera – per dirne appunto la “compagnia” libri di Gianni Celati, Il nipote di Rameau tradotto da Frassineti, un Album fotografico di Manganelli, e già del Baldi, una divertente antologia di Morti favolose degli antichi, di cui si occupo anche la Domenica (gennaio 2011). Nel solido volume il lettore trova anche i racconti paralleli dell’impresa dei Diecimila tracciati brevemente da altri storici, Diodoro Siculo nella sua Biblioteca e Plutarco nella Vita di Artaserse. Il primo senza mai accennare all’Anabasi, il secondo senza mai accennare a Senofonte se non una sola volta per l’Anabasi appunto.