Recensioni / Il grande rimosso del materialismo

«Filosofia della psicoanalisi», un volume collettivo per Quodlibet Ventuno contributi per trovare il luogo comune di due discipline ritenute distinte e inconciliabili. E così fornire un'analisi all'altezza dei tempi presenti
Quale capitolo di storia naturale apre l'avvicinarsi progressivo di psicoanalisi e filosofia? Quale distanza colma, nell'insieme dei saperi che indagano la natura umana, il luogo comune in cui filosofia e teoria dell'inconscio distribuiscono i rispettivi criteri operativi, i punti di tangenza, al pari di irriducibili idiosincrasie? L'insieme di questioni a cui fa segno un possibile, ma oggi assolutamente plausibile, intreccio tra un sapere della mente e una pratica della cura, riguarda niente di meno che l'attuale curvatura postfordista, in cui risuona la domanda: «che cos'è la natura umana»?
In questa presa di posizione, il posto che occuperebbe una inedita filosofia della psicoanalisi sarebbe allo stesso tempo decisivo e «perturbante», poiché in veste teorica la psicoanalisi distruggerebbe in un solo colpo le pretese della cosiddetta consulenza filosofica e in secondo luogo vincerebbe l'insopportabile chiacchiericcio antiFreud e antiLacan di tanto spaccio pseudoanalitico (da Jung alle «analisi di gruppo», ai succedanei medicalizzanti della psicologia sociale). D'altra parte, dal punto di osservazione dei saperi filosofici, incaricarsi dell'istanza psicoanalitica è senz'altro utile per rimettere la filosofia con i piedi per terra, cioè trasformarne lo statuto da conoscenza astratta in materialismo storico, rivendicando la superiorità della talking cure nei confronti delle due «tendenze» della filosofia cui accennano Silvia Vizzardelli e Felice Cimatti nell'Introduzione al bel volume collettivo Filosofia della psicoanalisi. (Quodlibet, euro 20).
Il tramonto della metafisica
Perché il cammino da percorrere nei ventuno passi di cui si compone questa passeggiata, formata da tre «andature» per ogni tema, consentirebbe, adoperando il prezioso sapere psicoanalitico, di filtrare l'impianto metafisico della filosofia occidentale. A qual fine? Costruire una filosofia della prassi che tagli obliquamente l'intero campo dei rapporti di dominio presso cui un «soggetto supposto sapere» (l'analista e il sapiente, il padrone e il «tecnico»), appropriandosi del sapere operaio (la parola vuota dell'analizzante e delle classi che non-hanno-parola), si costituisce «soggetto di dominio». In questo punto infatti la distanza tra un'antropologia materialista e una psicoanalisi che cura un inconscio strutturato come un linguaggio si tramuta in intreccio «naturale». In questo punto si illumina un profilo in cui la divisione del lavoro sociale risulta analoga al sistema automatico di macchine nella figura della ripetizione; cioè laddove un intelletto generale si presenta con l'habitus dell'ambivalenza, una volta nella forma anale del denaro, un'altra in quella genitale della seduzione. In questa dimensione di presente assoluto propria dell'inconscio, materialismo storico e psicoanalisi riconoscono un soggetto in un campo del sapere e all'interno di certi rapporti di potere. Qui infatti sia quella psicoanalisi che «non è giusta con Freud», sia la metafisica falliscono; nella prassi di individuazione invece, come dimostra nel suo «passo» Luisella Mambrini e come il femminismo ha da tempo sancito, la tonalità materialista incontra (senza identificarvisi) quella di Lacan, ove i registri simbolico, immaginario e reale scandiscono il sapere e i poteri in cui la soggettività si realizza.
La facoltà di linguaggio dunque come utensile comune a filosofia materialista e psicoanalisi emerge, come scrive Cimatti, in almeno due eventi della vicenda umana: l'infanzia - ove si formano gli apparati di cattura che determinano quanto della storia dell'incoscio sia traducibile in atti di parola - e nella volontà di sognare, quando un soggetto diviene «interpretante».
Il passo successivo in questa evocazione di uno dei tratti comuni alla specie è rintracciare la forma logica degli enunciati, illuminata da Charles Peirce e purtroppo oggi scarsamente valorizzata; forma che, come evidenzia il passo di Emanuele Fadda, rende ragione di una logica dell'inconscio che lo sottrae alle caratterizzazioni romantiche e pseudocritiche di tanto cognitivismo e di molta cattiva letteratura filosofica sull' «irrazionale». Dai passi di danza presentati nel testo si evince allora che la posta in gioco nell'introdurre una filosofia della psicoanalisi nel campo dei saperi scientifico-sociali è l'emergenza di una zona di indistinzione in cui la facoltà umana di linguaggio, cioè la prassi cooperativa dell'animale umano, acquista il giusto valore rimodulando i saperi disciplinari e contribuendo fortemente a fondare (o rifondare) un materialismo all'altezza dei tempi, magari a partire da quella figura enigmatica della malinconia, in cui Benjamin riconosceva l'epoca del tramonto.
La clinica del godimento
Se infatti la psicoanalisi di Freud e Lacan dimostra quotidianamente che ciò di cui si parla è il desiderio e che la «cura» non è l'ortopedìa del comportamento patologico, bensì la verifica, dolorosa, dei limiti del linguaggio nell'impossibile confronto con un reale non significabile, allora ciò che fa senso, in ogni percorso di «cura di sé» è attraversare anzitutto con la corporeità il discorso del «capitalista». E far compiere un quarto di giro al discoso dell'analista per scoprire un sapere dell'Università di cui «già da sempre» e «proprio ora» il capitalismo dispone, come in più di un'occasione Paolo Virno ha ricordato.
Qui e ora è dunque il momento prezioso in cui, con manovra messianica, il tempo si contrae, in cui psicoanalisi e filosofia riducono le distanze fino a divenire, almeno per il tempo della fondazione, filosofia della psicoanalisi. Cioè quel sapere della «nuova clinica» descritta da Massimo Recalcati in questi anni, ma vòlto non a criminalizzare il godimento delle merci in nome di un padre scomparso, bensì a «dire sì» al soggetto di godimento in nome e per conto di una negatività senza impiego che sembra essere una delle modalità del possibile in cui si produce conflitto contro la dismisura della subordinazione.