Recensioni / Filosofia del diritto, Filosofia politica, Filosofia teoretica (Ontologia)

Di Lucia, Paolo (a cura di), Ontologia sociale. Potere deontico e regole costitutive, Macerata, Quodlibet, 2003, pp. 371, Euro 20,00, ISBN 88-7462-018-7.

Stati e istituzioni sono da sempre oggetto di riflessione per la filosofia politica. Eppure, è cosa relativamente recente l'ingresso di essi nell'ambito di indagine dell'ontologia. Uno stato, propriamente, non esiste, perché non si vede, non si tocca, non si incontra, e non esiste nemmeno al modo in cui Dio potrebbe esistere: dunque non dovrebbe aver niente a che fare con l'ontologia. Tuttavia, esso è pur qualcosa: una stipulazione, una proiezione di certe funzioni, un potere. Se così stanno le cose, tutto ciò che ci circonda - dalle strette di mano ai calzini da lavare, dalle speranze alle promesse che non manteniamo - è qualcosa, e può essere fatto oggetto di indagine ontologica. Questa considerazione sta alla base del revival contemporaneo dell'ontologia, ormai diventata una disciplina che tutto può indagare. L'ontologia sociale è una delle sue branche, e si occupa di quegli enti a pieno titolo, quali sono gli stati e le istituzioni in genere.

Il corposo volume Ontologia sociale. Potere deontico e regole costitutive, curato da Paolo Di Lucia e uscito per i tipi dell'editore Quodlibet, raccoglie gli interventi di un convegno internazionale svoltosi presso l'Università di Camerino nel 2003 che ha visto la partecipazione di filosofi, giuristi, linguisti e sociologi, riunitisi a discutere i problemi dell'ontologia sociale. Dal titolo è possibile evincere le due sezioni caratterizzanti il convegno, potere deontico e regole costitutive, attorno a cui sono raccolti i numerosi articoli del volume. I leading papers per ciascuna sezione sono, rispettivamente, Ontologia sociale e potere politico di John R. Searle e Sull'idea stessa di regola costituiva di Wojciech Zelaniec.

Searle comincia col distinguere filosofia politica e ontologia sociale. La prima risponde a domande come: Che cos'è una società giusta?, Qual è il giusto esercizio del potere politico? - domande di tipo normativo. La seconda affronta questioni come: Che cos'è una società?, Che cos'è il potere politico ? - domande di tipo descrittivo. Entrambi i gruppi di questioni sono importanti, ma - sottolinea Searle - le domande normative non possono trovare riposte convincenti, senza che prima siano state date risposte alle domande descrittive. Di qui, l'importanza dell'ontologia sociale, quale disciplina di fondazione della filosofia politica. Che cos'è, allora, una società? E uno stato? Searle traccia una distinzione tra realtà sociale e realtà politico-statuale, domandandosi "che cosa manca alla realtà sociale perché essa diventi una realtà specificatamente politica"(p. 30). Perché una realtà sociale si formi è necessario un solo elemento, l'intenzionalità collettiva, la quale consiste nella collaborazione di un gruppo di individui che condivida lo stessa oggetto intenzionale: gli animali che uccidono una preda, o gli uomini che organizzano una rivoluzione, realizzano forme di intenzionalità collettiva, istituendo così forme di realtà sociale. Che cosa manca per realizzare una realtà politica? Due elementi: l'imposizione di funzioni [imposition of function] e le regole costitutive [constitutive rules]. Gli esseri umani possiedono la capacità di imporre funzioni agli oggetti, indipendentemente dalla struttura fisica di questi: che un pezzo di carta sia una banconota, che un ceppo di legno sia un trono, che una striscia bianca sia uno spartitraffico, sono esempi di imposizione di funzioni. D'altra parte, affinché qualcosa assuma una determinata funzione bisogna disporre di regole che costituiscano lo status funzionale da assegnare: si tratta delle regole costitutive - del tipo: X ha valore di Y nel contesto C - che si distinguono dalla regole regolative - del tipo: il comportamento X deve essere svolto secondo Y in C. Il potere politico, come esempio precipuo di realtà politica, presenta congiuntamente gli elementi di intenzionalità collettiva, funzione di status e regola costitutiva: infatti, esso è il risultato del convergere delle intenzionalità individuali in una qualche forma di consenso o sottomissione; non solo: il rappresentante del potere politico è scelto tra i componenti della società e la sua carica è da essi assegnata. Tuttavia, questa formulazione non è esente da aporie: se il potere politico, per essere costituito, ha bisogno, oltre che dell'intenzionalità collettiva e dell'imposizione di una funzione, di una regola costituiva dello status funzionale, donde verrà questa regola, se un potere politico non è già costituito? Searle risolve questo paradosso del regressus ad infinitum, ammettendo che possano esistere imposizioni di funzioni di status che non siano normate dalla rispettiva regola costitutiva, che dunque si genererebbe in un secondo momento come fissazione di una consuetudine. Ma non è qui tempo di discutere nei dettagli il problema. Infine, che la realtà politica sia specificata da funzioni di status e regole costitutive fa di essa un potere di tipo deontico: essa stabilisce obblighi, prescrizioni, punizioni, permessi, ecc. - tutti poteri che esistono, solo in quanto riconosciuti e ammessi da una intenzionalità collettiva, concorde nell'attribuire lo status di potere deontico alle istituzioni politiche.

Fin qui Searle ha discusso, per così dire, i fondamenti metafisici della realtà politica. Egli prosegue elencando otto tratti caratterizzanti di essa, dei quali consideriamo questi due: primo, che il potere politico è, da un lato, fondato su funzioni di status e, dall'altro, è esso stesso fondante altre funzioni di status; secondo, che esso fornisce "la chiave fondamentale per organizzare una società umana: la capacità di creare ragioni indipendenti-dal-desiderio" (p. 44). Il potere politico è istituito tramite una funzione di status, ma è anche istituente altre funzioni di status: si pensi solo al battere moneta, da sempre ritenuto una delle prerogative essenziali di uno stato; oppure all'assegnare funzioni normative alla segnaletica stradale; oppure ancora, al delegare funzioni esecutive ad alcuni individui, come poliziotti, magistrati, dirigenti statali ecc. Lo status assegnato è, nella maggior parte dei casi, un tipo di potere deontico: la moneta detiene un valore, la segnaletica stradale indica regole da rispettare, poliziotti e giudici sono garanti di regole stabilite. L'istituire funzioni di status, d'altra parte, consiste nella produzione di un ordinamento legislativo che disciplini diritti, doveri, obblighi e sanzioni: se esiste una intenzionalità collettiva che lo riconosce e vi si conforma, allora questo ordinamento fornirà ragioni per agire in un modo piuttosto che in un altro, ragioni indipendenti dal desiderio, ma radicate nella pura conformità all'ordinamento come tale.

Gli altri interventi della sezione prendono in esame, talvolta criticandoli, specifici aspetti della posizione di Searle. Per citarne alcuni: Bruno Celano, Intenzionalità collettiva, false credenze. Due aspetti problematici dell'ontologia di J.R. Searle, e Marco Santambrogio, Linguaggio e intenzionalità collettiva, si interrogano sul ruolo dell'intenzionalità collettiva, e precisamente se essa non contravvenga all'individualismo metodologico professato da Searle, e non porti alla necessità di postulare entità sovra-individuali a là Hegel; Giampaolo Azzoni, Il cavallo di Caligola, discute le condizioni ontologiche che un oggetto deve soddisfare in quanto investito da una funzione di status: secondo Azzoni, le funzioni di status non avrebbero potere creativo assoluto, ma sarebbero dipendenti dalle caratteristiche naturali e praxeologiche dell'oggetto cui si applicano; infine, Barry Smith, Un'aporia nella costruzione della realtà sociale. Naturalismo e realismo in John R. Searle, sottolinea la tensione tra il naturalismo di Searle ed un certo emergentismo che la sua ontologia sociale sembrerebbe implicare.

La seconda parte del volume contiene interventi sul tema regole costitutive. L'articolo di Wojciech Zelaniec, Sull'idea stessa di regola costituiva, fornisce un quadro generale del problema. La domanda che egli si pone è la seguente: che cosa distingue regole costitutive e regole regolative? Le regole costitutive sono capaci di creare fatti, oggetti o stati di cose. Le regole regolative, invece, prescrivono una certa modalità di esecuzione a qualcosa di già esistente. La differenza, dunque, consisterebbe in questo: le prime creano le entità a cui si applicano, e quindi non possono essere trasgredite - se lo fossero, le entità che si devono conformare ad esse e che sono da esse create non ci sarebbero neppure - ; le seconde si applicano ad entità già esistenti, e quindi possono essere trasgredite. Esempi sono, rispettivamente, le regole degli scacchi e le regole per la preparazione di una ricetta. Tuttavia, le regole per una ricetta e quelle degli scacchi non sembrano troppo differenti: entrambe creano delle entità, siano esse gli scacchi a partire da pezzi di legno qualsiasi o piatti deliziosi a partire da alimenti anonimi; entrambe, se non rispettate, non creano l'entità che devono creare. D'altra parte, le regole degli scacchi istituiscono ruoli in modo arbitrario: assegnano ad un qualsiasi pezzo un certo ruolo nel gioco. Le regole per una ricetta, invece, non possono prescindere dalla struttura ontologica degli ingredienti: esse si limitano ad organizzare degli elementi preesistenti secondo una certa procedura codificata dalla regola. Una prima differenza consisterebbe, dunque, nell'arbitrarietà ontologica, per le regole costitutive, e nella dipendenza all'ontologia degli oggetti preesistenti, per le regole regolative. Una seconda differenza - suggerisce Zelaniec - può essere ricavata analizzando i prodotti dei due tipi di regole: quelle costitutive mirerebbero a prodotti ontologicamente magri, cioè a conseguire il semplice successo nel gioco, in questo caso nel gioco degli scacchi; i prodotti di quelle regolative, invece, avrebbero un significato anche al di fuori del contesto in cui le regole si applicano. Detto altrimenti: il fine di una partita a scacchi è la vittoria a scacchi, apprezzabile solo da un giocatore di scacchi; il fine di una buona ricetta è il mangiar bene e ricercato, apprezzabile da tutti!

Nel contesto dell'ontologia sociale, le regole costitutive - lo si è visto nell'articolo di Searle - svolgono un ruolo fondamentale, perché codificano l'assegnazione di una funzione di status. Un esempio classico è l'istituto della promessa, che sta alla base di molti rapporti giuridici tra individui o tra individui e istituzioni. Zelaniec è del parere che le promesse non siano un esempio di regole costitutive: infatti, per istituire una promessa c'è bisogno di due soggetti umani, e le promesse sembrano fatte per un fine che sia estraneo al mero mantenimento della promessa. La necessità di due soggetti umani e la loro etero-finalità rendono le promesse estranee all'arbitrarietà ontologica e alla magrezza ontologica dei prodotti che, secondo Zelaniec, rappresentano i due tratti distintivi delle regole costitutive. Il problema sollevato da Zelianec sembrerebbe solo una querelle terminologica, se non fosse che mette in discussione il progetto di ontologia sociale di Searle, o per lo meno obbliga a rivedere la concezione searleana dell'istituto della promessa come regola costitutiva.

Gli altri articoli della sezione sono, per una parte, commenti alla tesi di Zelaniec: per l'acume analitico e la precisione espositiva, è da segnalare il contributo di Edoardo Fittipaldi, Verso una sociologia delle norme costitutive. Riflessione sul contributo di Zelaniec, nel quale l'autore propone di intendere il "sintema" norma costituiva come indicante una corrispondenza biunivoca tra rispetto della norma e conseguimento (realizzazione) del suo scopo (prodotto). Altri interventi, invece, forniscono analisi fenomenologico-eidetiche, nel senso di descrizioni di tipi o forme ideali, applicate all'ontologia sociale: per esempio, Paolo di Lucia in Tre specie di dovere eidetico, analizza i diversi eidee del dovere, quello buletico (tu devi obbedire), quello axiotico (un guerriero deve essere valoroso) e quello eidetico implicato nella promessa; Luigi Ferrajoli in Norme tetiche e norme ipotetiche, alla dicotomia regolativo vs. costitutivo, affianca quella tetico vs. ipotetico, così da ottenere, dalla combinazione delle due coppie di opposizioni, quattro tipi di norme; infine, Lorenzo Passerini Glazel in Fitting Types. Tipi di atti e atti quali tipi, analizza due dicotomie, quella fatti bruti vs. fatti istituzionali e quella tipi cognitivi vs. tipi normativi. L'intervento di Amedeo G. Conte, Oggetti falsi. Per una ontologia del falso, si mostra prima facie eccentrico rispetto al filo conduttore del volume: Conte analizza cinque esempi di oggetti falsi, un dente, un gettone, un testamento, un attestato e una banconota, dimostrando la irrelazione tra falsità ontica - quella di un singolo oggetto - e falsità semantica - quella di una proposizione. D'altra parte, tutti gli oggetti considerati sono oggetti sociali: di qui la suggestione - nostra, non di Conte - che solo in ontologia sociale si possa parlare di falsità di oggetti, laddove nella ontologia dei fatti bruti, come la chiamerebbe Searle, verità e falsità appartengono solo alle proposizioni.

Nel complesso il volume si presenta come un'ottima introduzione all'ontologia sociale, dietro la quale sta una filosofia politica e del diritto che guarda alle norme giuridiche, alle istituzioni, alle associazioni, alle azioni dotate di intenzionalità collettiva, con la cura e le fedeltà del fenomenologo che guarda alle cose stesse. L'introduzione di Paolo Di Lucia, Tre modelli dell'ontologia sociale, mostra le radici del dibattito contemporaneo nell'ontologia sociale - radici per lo più continentali e fenomenologiche, come il filosofo del diritto polacco Czeslaw Znamierowski (1888-1967), Edmund Husserl (1859-1938) e il suo allievo Adolf Reinach (1883-1917); l'unica radice non continentale è rappresentata da John Dewey (1859-1952), di cui Searle è l'appassionato interprete e prosecutore. A Searle, potrebbe essere rivolta una fondamentale obiezione: c'è davvero differenza tra ontologia sociale e filosofia politica? Se la prima descrive che cosa una società è, e la seconda come dovrebbe essere, viene da chiedersi in che cosa differiscano essere e dover-essere entro un ambito di indagine, come quello sociale e politico, nel quale le uniche realtà che si incontrano sono i doveri e i valori, e non i fatti bruti. Viene da pensare, con Felix E. Oppenheim, Potere bruto e potere deontico. Una risposta a Searle, che la descrizione di Searle sia, al pari di molte teorizzazioni politiche del passato, una idealizzazione di come dovrebbe essere il potere politico. Dunque, potrebbe non sussistere nessuna differenza tra ontologia sociale e filosofia politica, e dietro una nuova etichetta si nasconderebbe qualcosa di antico. Perché, allora, cambiare nome? Tuttavia, una differenza sembra esserci, e la sottolinea Smith, uno dei protagonisti del revival ontologico contemporaneo: essa consiste nel categorizzare i poteri, le funzioni, le istituzioni, gli stati, ecc., quali oggetti o entità ontologiche, seppur invisibili. Il che comporta un cambio di prospettiva, il passaggio da un approccio normativo ad uno descrittivo-fenomenologico anche se, come abbiamo notato, non sempre le intenzioni si realizzano, e quella che deve essere una descrizione potrebbe diventare una teorizzazione utopica.

Indice
Paolo di Lucia, Tre modelli dell'ontologia sociale

POTERE DEONTICO
John R. Searle, Ontologia sociale e potere politico
Giampaolo M. Azzoni, Il cavallo di Caligola
Gaetano Calcaterra, Del potere giuridico
Bruno Celano, Intenzionalità collettiva, false credenze. Due aspetti problematici dell'ontologia sociale di J. R. Searle
Paolo Costa, Fatti e norme. Alcune considerazioni sullo statuto ontologico del potere deontico
Felix E. Oppenheim, Potere bruto e potere deontico. Una risposta a Searle
Mario Ricciardi, Artefatti, intenzione e, imposizione di funzione
Marco Santambrogio, Linguaggio e intenzionalità collettiva
Barry Smith, Un'aporia nella costruzione della realtà sociale. Naturalismo e realismo in John. R. Serale

REGOLE COSTITUTIVE
Wojciech Zelaniec, Sull'idea stessa di regola costitutiva
Carlos Alarcòn Cabrera, Potere deontico abrogativo e regole costitutive in Amedeo G. Conte
Jocelyn Benoist, Quand'è che smettiamo di giocare ad un gioco?
Amedeo G. Conte, Oggetti falsi. Per una ontologia del falso
Paolo di Lucia, Tre specie di dovere eidetico. Un'analisi ontologica
Luigi Ferrajoli, Norme tetiche e norme ipotetiche
Gianfranco A. Ferrari, Se sia costitutiva la inventio retorica
Edoardo Fittipaldi, Verso una sociologia delle norma costitutive. Riflessioni sul contributo di Zelaniec
Antonio Inciampo, Regole costitutive di funzione
Giuseppe Lorini, Cinque livelli di descrizione di un atto istituzionale
Valeria Ottonelli, Funzioni di status, linguaggio e regole costitutive. Commento a Searle e Zelaniec
Alan Partington, Constitutive 'Rules of Engagement'. The Case of White House Press Conferences
Lorenzo Passerini, Fitting Types. Tipi di atti e atti quali tipi

Il curatore
Paolo di Lucia (Milano, 1966) insegna Filosofia del diritto presso l'Università degli Studi di Milano. Tra le sue pubblicazioni: Deontica in Von Right, Milano, Giuffrè, 1992; L'universale della promessa, Milano, Giuffrè, 1997; Normatività. Diritto linguaggio azione, Torino Giappichelli, 2003. Ha curato i volumi: Il linguaggio del diritto (con Umberto Scarpelli), Milano, LED, 1994; Nomografia, Milano, Giuffrè, 1995; Diritto e democrazia nella filosofia di Norberto Bobbio (con Luigi Ferrajoli), Torino, Giappichelli, 1999; Filosofia del diritto, Milano, Cortina, 2002.