Recensioni / Se la poesia spiega l'uomo

Dalle colline di Arcavacata alla «pioggia obliqua di Lisbona», un viaggio sospeso tra lo sguardo letterario e quello della ricerca sociale, per indagare le trasformazioni che la modernità ha impresso alla società. Questo sguardo molteplice, come del resto molteplici sono i soggetti che popolano la moltitudine, è nel libro edito da Quodlibet Studio Gli occhiali di Pessoa. Studio
sugli eteronimi e la modernità, scritto da Ercole Giap Parini, sociologo calabrese e ricercatore Unical. La prima domanda riguarda il perchè un sociologo debba cercare nelle inquiete pagine del poeta portoghese le tracce per capire il presente. E la risposta viene dal titolo stesso, quel cercare di guardare la realtà, mai ferma, attraverso gli occhiali dei molti personaggi - i suoi eteronimi appunto - che Pessoa ha mandato per suo conto in giro per il mondo. Un punto di osservazione inconsueto ma utile per scoprire il destino, o se volete la condanna, che viene dalla modernità e che impone come «una nebbia che si stende sul mondo e sulle relazioni umane». Questa nebbia, come la chiama l'autore, è la malattia che spinge le persone alla finzione, alla pluralità di soggettività, alla maschera sociale dietro la quale siamo spesso costretti, dando vita a molte realtà diverse e nessuna del tutto vera. Una condizione umana che è dettata dall'egemonia culturale della modernità, che esige che il corpo sociale, che le persone stesse, siano smembrate per potenziarne la capacità produttiva. Il sezionamento del corpo sociale è necessità per ottenere consenso, addomesticamento, devozione alla causa del profitto. E dunque ecco che dalle pagine di Parini emergono Foucault, ma anche Bourdieu e più avanti Adorno e tanti altri narratori di una società il cui grado di alienazione va ben oltre quello già impressionante immaginato dal vecchio Marx. Ma più di tutti a guidare il sociologo calabrese resta Ferdinando Pessoa,
che si muove nelle vie della sua Lisbona, curato nel vestire, disincantato nel guardare, forse rassegnato nello scrivere. È proprio Pessoa a suggerire una forma interpretativa di incredibile efficacia, con i suoi eteronimi che prendono vita autonoma. Essi, secondo Parini, sono i testimoni di un cambiamento epocale, rappresentanti di una incertezza (Zygmunt Bauman avrebbe detto forse liquidità?) che è la cifra del vivere contemporaneo, fatto di molte forme precarie di esistenza, basate tutte sullo spiazzamento dell'individuo.
Pessoa dunque diventa l'esegeta di questo tempo, in cui se è arduo essere se stessi, possiamo allora essere molti.
Ma c'è di più, c'è forse perfino una speranza di redenzione contro la frammentazione dettata dalla modernità, perché «il sociologo che legge Pessoa - scrive Giap Parini - difficilmente non scorge la disperata reazione ai contraltari della modernità che segmentano l'umana esistenza». Dunque una critica poetica alla deriva che assume la società, contro lo smembramento dei soggetti che trova la sua attuazione nell'imposizione delle mille biografie con cui i personaggi di Pessoa sono costretti a fare i conti - e con essi anche le persone reali. Tutto ciò è l'origine di quella che Paolo Jedlowski chiama, nella postfazione del libro di Parini, «la società della mimesi», della falsificazione, della creazione di mondi possibili. Una finzione che ha lo scopo del nascondimento e per certi versi della perdita d'identità e autonomia. Per raccontare una società molteplice, a Pessoa parve necessario dare vita a tante maschere.
Parini ci racconta invece come tutto ciò sia oggi lo stato delle cose.