Recensioni / Stile tardo. Poeti del Novecento italiano

«Abbiamo una sola risorsa con la morte: fare arte prima di lei». È con questa citazione del poeta francese René Char che si apre la quarta di copertina del volume di Luca Lenzini; e non poteva esservi citazione più adeguata per sintetizzare in una battuta l’ambizioso progetto dell’autore. In questo libro, Lenzini propone – attraverso i versi dei più grandi poeti del Novecento italiano – una lettura inedita, in controluce, di ciò che egli chiama stile tardo. Traduzione letterale dello Spätstil di cui parla Theodor W. Adorno in relazione all’ultimo Beethoven, tale stile sarebbe annunciatore della fine, integrando in sé i germi che favoriscono «una tendenza alla dissociazione, alla disgregazione, alla dissoluzione» (Beethoven. Filosofia della musica, Einaudi, Torino, 2001, p. 263). Avvicinandosi al termine ultimo, si farebbe avanti una certa attitudine a dare una svolta decisa al proprio lavoro; di fronte alla inesorabilità della morte lo stile abbandonerebbe lo stile, l’arte consisterebbe nel mettere da parte l’arte, l’attitudine prevalente sarebbe quella di consegnarsi nudi al lettore, ora affidandosi alla frammentarietà e all’inorganico, ora pigiando sul pedale del disincanto e della autoriflessività. Ma, se si tiene nel giusto conto che tali caratteri hanno fatto parte tout court della temperie novecentesca – che è stata segnata dallo spossessamento del sé e dai metalinguaggi –, appare con tutta la sua forza l’importanza di un’indagine intorno alle scritture che di tali caratteri si sarebbero fatte ancora più paladine. E, se la critica ha dato risalto ad alcuni capisaldi europei del secolo passato che di tali tendenze sono stati gli alfieri – come Thomas Mann, Hermann Broch, Paul Celan, Samuel Beckett (tenute salde le dovute differenze) –, molto spesso gli studi nel panorama italiano hanno puntato l’indice sulla vera o presunta compattezza di un percorso che non verso le frammentazioni e gli sgretolamenti che in quel percorso venivano maturando.
Al libro di Lenzini va quindi riconosciuto il merito di dare il giusto spazio a questa discontinuità di cui gli stili tardi si fanno portavoce, scalfendo un po’ certe mode critiche italiane che spesso e volentieri restituiscono un’immagine tetragona e pietrificata dell’oggetto delle loro indagini. «L’interpretazione deve fare i conti con i salti non meno che con le maschere», scrive l’autore nel saggio su Ungaretti, e a tali salti egli rende omaggio gettando una luce nuova sulle ultime prove di alcuni grandissimi del Novecento (la slabbratura del verso e il cortocircuito fra poesia e prosa di Ungaretti, la voce in minore e quasi fantasmatica di Saba, la dialogicità e il verso ibrido di Montale).
Non mancano, tuttavia, i saggi su alcuni isolati della nostra letteratura. Affrontando i vari Betocchi, Valeri, Moretti, Parronchi, Cattafi, Lenzini riesce a individuare per ognuno un tratto caratteristico dell’età tarda. Una volta prende il sopravvento la gelida ironia, un’altra la distaccata essenzialità, eppure per tutti i poeti sopracitati arriva il momento – è questa la tesi di fondo del libro – di fare i conti con ciò che si è stati e con una scrittura che diventa, in un certo senso, anche testamentaria. Alla voglia di affermare la propria voce si sostituisce, allora, se non l’ambizione di versificare anche il Nulla che ci aspetta tutti, quanto meno un solenne distacco dalla Letteratura con la maiuscola.
Lenzini sa entrare nel corpo vivo di questa sorta di letteratura postuma per metterne in luce gli scarti e una rinnovata vitalità. Sembrerebbe un ossimoro, e forse lo è, ma nei nove saggi che compongono il volume viene messa in risalto l’idea che, messo da parte l’io, scremata da alcuni ingombri del lirismo, prosciugata da una sorta di attitudine a essere letteratura, la poesia di queste stagioni contiene germi di autenticità difficilmente ritrovabili altrove. Certo, l’autore sa bene che per arrivare a tanto bisogna rinunciare a qualcos’altro e che, forse, proprio per il fatto di avere alle spalle un bagaglio di poesia-poesia, un’opera poetica che resterà a testimonianza della propria scrittura, nel momento della fine ci si può concedere di mescolare i piani, di sparigliare le carte, di tentare un ultimo colpo di coda che coinvolga persino se stessi. Lenzini mostra tutto questo con perizia e accuratezza filologica, non tentando di dissimulare la profonda passione e l’intimo coinvolgimento rispetto alla materia trattata, ma mantenendo sempre una prosa sorvegliata che non concede nulla a inutili complicazioni. Eppure i rischi, da un lato di peccare per il troppo zelo di studioso e di adagiarsi su arzigogoli di microfilologia, dall’altro di dare il destro a un furore argomentativo poco rigoroso e sistematico, c’erano ed erano piuttosto alti. Lenzini ha saputo schivarli con destrezza restituendoci un campionario di voci novecentesche in alcune delle loro manifestazioni, se non delle più alte vette della lirica, sicuramente di un sentire profondo, vivo e quanto mai autentico.