Recensioni / Malapropismi e atti mancati

Comiche è stato il primo libro pubblicato da Gianni Celati, nel 1971. È la storia di un uomo, un insegnante, che trascorre un periodo di vacanza al mare, in una pensione con le pareti piene di fessure. Le giornate si succedono tra la stesura del diario e le continue azioni di disturbo messe in atto dagli altri villeggianti, in particolare da tre maestri elementari, Bevilacqua, Mazzitelli e
Macchia. Costantemente tenuto sotto controllo, il paranoico protagonista, che non possiede nemmeno un nome sicuro (lo chiamano Otero, Aloysio, De Aloysio,Tatò, Corindò, lui si definisce
Breviglieri), deve sfuggire all'interessata sorveglianza della direttrice Lavinia Ricci, di cui si vocifera sia fidanzato. Le giornate sono scandite da scontri, inseguimenti, fughe, nascondimenti, incursioni di umani, di spiriti (il fantasma Fantini) e dei responsabili dell'ordine che riescono a far breccia persino nei sogni. Suo interlocutore è un aereo parlante. La storia si conclude
quando il protagonista, tenendosi una mano sul cappello, scappa con il ciclomotore alzandosi in volo, mentre dalla valigia aperta escono gli indumenti sporchi.
Nel leggere o rileggere ora Comiche, l'approccio non è certo agevole, nel senso che la strada imboccata da Celati impone un'ininterrotta attenzione, faticosa soprattutto oggi, abituati come siamo e prose piallate e standardizzate e alle situazioni ben definite. Come ha più volte raccontato l'autore, l'idea di scrivere in modo dissestato e strambo deriva dalla lettura del diario di un paziente di un ospedale psichiatrico di Pesaro. Ma nasce anche - lo leggiamo in una lettera di Celati a Calvino - dal tentativo di dar voce a “una maschera della degradazione”, le cui parole sono “sbagliate, fatte di malapropismi, lapsus e atti mancati”, così da “produrre per iscritto l'effetto di una smorfia di Stan Laurel”. Il risultato è lo scardinamento della grammatica, con continue sterzate verso direzioni di volta in volta imboccate e poi subito evitate, in cui, come scrive Nunzia Palmieri nella preziosa postfazione, “la parola alluda ad altri spazi, come la voce e il gesto”. È la "scrittura manicomiale”, che fa saltare qualsiasi convenzione e logica.
Il romanzo diventa così lo spazio in cui tutto può succedere. I personaggi vanno e vengono, si scambiano i nomi e le identità (i “travisamenti”), si spiano, si studiano, si picchiano, si desiderano, si inseguono sui cornicioni. È un correre continuo, una frenesia del movimento che, ricalcando le slapstiks americane del primo Novecento, mette in primo piano il corpo. Corpi che si scontrano, corpi che cadono per terra, corpi che si animalizzano (Aloysio è scambiato per una lepre, per lui è stato messo il cartello che vieta l'ingresso in spiaggia ai cani e ai professori). Soprattutto corpi che vanno e vengono dalle loro fantasticherie sul sesso. Appena accennate nel testo del 1971, ma che emergono nella riscrittura del 1972-73 (leggibile in parte in questa edizione, ma già proposta da "Riga", n. 28), quando Celati, oltre a normalizzare la sintassi e a dar voce alle trame scolastico-governative, rimette al loro posto le scene pornografiche che Calvino, mentore della sua uscita per Einaudi, aveva fatto espungere. L'insistere sulla corporeità, del resto, è inseparabile dall'altro motivo ricorrente, quello del reclusorio. "La casa di cartone" è un albergo, ma è anche un manicomio e una prigione. O un lager. Quando arrivano, gli ospiti vengono condotti alle docce. Il Guardiano Notturno li controlla senza smettere di minacciarli. Il Bagnino è un aguzzino che detesta lo sporco. I maestri elementari controllano se il diario di Aloysio rispetta le regole della grammatica. Tutti, compresa la bambina Luciana, richiamano all'ordine, al disciplinamento del corpo e delle sue pulsioni.
Ormai sappiamo bene con quale percorso di studi Celati sia arrivato a Comiche. Come scrive lui stesso ai redattori di "Riga" (n. 14), intorno al libro c'erano "Artaud e il teatro della crudeltà, Saussure e la linguistica, Lévi-Strauss e le società primitive, Lacan e la psicoanalisi, Propp e la morfologia delle fiabe, Benjamin e le sue tesi sulla storia, Foucault e l'archeologia, Deleuze e la logica della differenza, Sade e le perversioni sessuali, Bachtin e il carnevale, il dialogismo”. Ma, aggiungiamo, anche Joyce e Swift, la novellistica italiana e i poemi cavallereschi, le "lezioni" di Enzo Melandri, gli incontri con Guido Neri e con Calvino. Allo stesso modo non possiamo rileggere Comiche cancellando quanto è stato fatto dopo da Celati. Quello che balza all'occhio è allora un'idea di letteratura come ricerca e come studio che ha poco da spartire con quanto è accaduto negli ultimi decenni. Per Celati scrivere significa sfuggire alle trappole dell'io e della psicologia, ritrovarsi in quanto sta fuori di noi ed è comune a tutti noi, perdersi nel fantasticare, camminare senza posa, procedere senza la rigidità di una trama, senza l'assurdità di costruire personaggi,
senza la superbia dell'essere autore. Comiche, di tutto questo, rappresenta l'avvio.