Recensioni / Poesie quotidiane

«Ecco, / io, / se me lo chiedono, / sceglierei la fine di settembre, / quando ci sono le mosche rimbambite, / che se gli dai un cric con il dito, / come per buttar una briciola giù dal tavolo, / vanno per terra / e stanno lì che sembrano morte».
Sfogliando per la prima volta le sue brevi pagine, ci si imbatte da subito in una amabile rivelazione: il linguaggio delle piccole ma imprescindibili cose della vita si fa poesia e confortante empatia. È uno scrigno che contiene tutta la preziosità del comune osservare e sentire il mondo il libro Due fettine di salame, poesie (edizioni Quodilibet) del giovane autore di origine roveretana Giovanni Previdi, da anni residente a Bologna. Sono «poesie che si leggono come prose, con grande piacere, con un leggero sorriso e l’incanto che si stende sulle umili cose della vita comune», confermano la sensazione le note al testo.
Nate in dialetto, quello parlato sul Po al confine tra Mantova e Modena, dove Previdi da bambino per anni trascorse le vacanze estive dai nonni, le poesie sono restituite in italiano, con in appendice la versione originale. Non è certo un caso che quel contatto empatico con le «cose della vita comune» sia stato creato in principio nella lingua dell’essenza diretta e non in quella della teorizzazione.
«Il dialetto dice le cose necessariamente, è come se le battezzasse ogni volta che le nomina — afferma infatti l’autore— Il dialetto, in questi poemetti, è lo spartito, mentre l’italiano è l’esecuzione. Pochi sanno leggere lo spartito, ma tutti possono ascoltare l’esecuzione e capire senza conoscere le note. E se riesce l’operazione di fedeltà, l’italiano non ha che da guadagnarci, perdendo quella sua tipica necessità di dover trovare a tutti i costi l’espressione "giusta" che spesso allontana la parola dalla cosa nominata. Nell’originale c’è già dentro tutto, nulla va aggiunto né tolto per paura di non essere intesi».
«Bisogna imparare ad abbandonarsi alle parole, ai suoni, alle immagini e alle immaginazioni che stanno dietro a ogni dialetto», aggiunge Previdi.
Ed è proprio l’abbandono che ci coglie nell’incedere della lettura, insieme all’avvertimento di un tempo altro. Grazie a una scrittura visiva e diretta che amalgama il tempo dell’infanzia con i
tempi dell’amore, il paesaggio animale e umano con quello naturale e urbano, Previdi traduce in immaginazione e percezione sapori e odori, nostalgie e incanti, fermando il tempo come in uno scatto fotografico che già non è più, ma è bello rimanere a guardarlo ancora e ancora.
«Andavo dietro con gli occhi / a una bella goccia grossa di pioggia / che aveva cominciato la sua strada / giù sul vetro. E ho pensato, / intanto che andava, / a quanti stavano nascendo, / a quanti stavano morendo, / a quanti stavano infilando la chiave nella toppa / e a quanti stavano rifacendo il letto / in quello stesso momento lì, / in tutto il mondo. / Poi dopo è suonato il telefono, / e un’altra goccia era già partita».
È di fatto un tempo altro quello che ci evoca lo scrittore: un tempo che si sofferma sulle proprie scarpe consumate ma tanto comode, che è scandito al massimo della sua velocità da un pedalata di bicicletta che porta a bussare ai vetri di casa di un amico.
Come se, mentre tutto il mondo si accanisce nel rincorrere grandezze e teorizzare macro-pensieri, lui se ne stesse lì, «imbambolato», con lo sguardo dentro il microscopio da bambino, a seguire la strada intrapresa dalle truppe di formiche in campagna, a osservare quanto ci impiega una lacrima a scomparire dal viso fra i seni della ragazza di fronte sul treno, ad assaporare meravigliato la saliva di un bacio appena dato, a disorientarsi nella nebbia della pianura o riscaldarsi con i vapori della cucina. Ché, come sosteneva il nonno, «solo che ci siano due fettine di salame, / un cornino di pane, / e un dito di formaggio verde / io, vado a nozze».