Recensioni / Una nazione dalle molte anime nel saggio "Spazi uniti d'America" di Meschiari

«Dicono che gli americani buoni, quando muoiono, vadano a Parigi», così Wilde nel suo «Ritratto di Dorian Gray», e forse, peirché no, è vero pure il contrario, cioè che gli europei buoni, quando muoiono, vanno negli States; almeno visto il carico e la mole di aspettative che gravano sull'immaginario collettivo quando pensiamo al Nuovo Continente... Ebbene, Matteo Meschiari, docente di Antropologia culturale e del paesaggio a Palermo dipinge, nei suoi «Spazi uniti d'America›› (Quodlibet, 152 pag., 16 euro), una vera e propria «etnografia di un immaginario». Queste pagine, che scivolano via come un romanzo, cercano di tratteggiare non già una fisionomia dell'America - fin da subito l'autore ci avverte che ciò è impossibile - bensì una relazione stabile e plausibile tra le americhe dell'immaginario (presente e passato) e quelle reali, giacché non esiste un solo continente con pochi stati e nazioni, bensì un'America fatta di pezzi, chè vanno analizzati uno per uno e poi tutti insieme. La categoria spaziale, secondo Meschiari può essere il criterio fondamentale attraverso cui pensare l'America e le sue sfaccettature socioculturali e, forse, il criterio-base con cui gli stessi Americani si pensano.
Esso viene ancor prima di quello etnico e linguistico, per poi relazionarmi in vario modo con essi. Ecco allora lo spirito on the road e quello pionieristico mischiarsi all'indole consumistica e oversized; l'impulso intraprendente e dominatore dialogare con quello democratico e libertario: le diverse anime d'America a formare un unico organismo diversificato. Ma vi sono pagine di
scittura vera, soprattutto quelle sui deserti, che ricordano quelle di quel grande abitatore e narratore di deserti, Banham. Si viene condotti in un viaggio in cui il paesaggio è sottoposto ad una lettura culturale e naturalistica insieme. Si va dalla Bad Lands alle praterie, con gli agglomerati gettati «come dadi» sul tappeto verde; dalle megalopoli alle paludi e via, via, chi più ne ha più ne metta, finchè, dai grandi spazi aperti, Meschiari giunge agli interni, coi luro ambienti, coi loro oggetti, per raccogliere i frammenti di un mondo sparso tra natura, cinema, arte, letteratura e musica.