Recensioni / Questa terra non è la mia terra

Orfeo in gonnella, Ingeborg Bachmann è scesa nel suo abisso
dionisiaco, passando dalla Carinzia all’Italia meridionale: questo racconta Camilla Miglio ne La terra del morso, un saggio sul Bel Paese "ctonio", imbastito come una partitura musicale, in un preludio e quattro movimenti, che ricalcavolutamente le melodie "tettoniche" e l’"amaro stilnovo" dell’autriceaustriaca, in grado di «"danzare via" il "mistero" della terra». Nei "versi italiani" di Bachmann si nasconde "un sud latente", in cui è vissuta per quasi metà della sua vita, dal 1953 al ’73, anno in cui morì a Romain un tragico incendio domestico, forse causato da una sigaretta spenta male. Da Ischia a Napoli, dalla Puglia alla Calabria, «dell’Italia non si troverà una referenzialità storicotopografica»,maunhumusdi sensazioni sotterranee, incubi uterini e malie selvagge: «La via di "fuga verso sud"èdiscesa agli inferi»,accompagnata spesso dall’amico-amante Hans Werner Henze, con cui si scriveva affettuosamente in italiano. Il viaggio in Italia non è più Grand Tour, "rigenerazione estetica" o ameno vagabondare; il Sud di Ingeborg è «una terra sismica, popolata di animali pericolosi e fatali – vipere, tarantole – oppure da esseri mobili, anfibi, e da voci sotterranee...
Chi si incammina per quel meridione si espone al "morso". Tutta la "sua" terra italiana è un pericolo mortale». Qui Orfeo rischia di essere dilaniato,
eppure è un sacrificio necessario. Come scriveva Thomas Bernhard, Ingeborg «ha dovuto andare a vivere a Roma, per poter scrivere quelle poesie».