Recensioni / Cronaca di una mutazione semantica

Paolo Ceccon è da oramai diversi anni una delle presenze-assenze più interessanti dell’architettura italiana. Diciamo presenza-assenza perché Ceccon è più che mai presente, progetta, realizza, insegna, scrive, ma per molti versi è anche infinitamente meno visibile di quanto meriterebbe. La ragione è ben riscontrabile in questo importante libro: si ostina a non adagiarsi sulla twitterabilità dell’odierno vociare e resiste nell’ostinata idea che con la complessità bisogna misurarsi con strumenti più sofisticati di un bello slogan, di un render fatto bene, di un j’accuse roboante.
Con buona pace dei piacioni del “te lo spiego io in cinque minuti” ci sono infatti argomenti e ragionamenti che necessitano di tempo, sedimentazione, pause, linguaggi non banali perché banali non sono i passaggi e Ceccon questo tempo se lo è sempre preso, anche a costo di risultare fuori sincrono con lo spettacolo del presente.
Sviluppando un tema che è al centro delle sue indagini progettuali da diversi anni (eh sì, qualcuno con i progetti ancora fa ricerca e non solo risolve un problema e/o un business plan) Ceccon mette in fila una serie di riflessioni sul paesaggio, un tema che ha avuto ampio spazio in questi anni, ma che alla fine è stato troppo spesso usato solo per smarcarsi dall’architettura e dai suoi grovigli disciplinari più che per indagare ad altra scala alcuni problemi specifici.
Il libro parte da un punto necessario e del tutto rimosso in Italia, ovvero che la crisi è definitiva e che non esiste nostalgia possibile per un rientro anzi, parafrasando Ceccon, lo spazio non è più racchiudibile nel solo “fatto architettonico” (Rossi), non è più sufficiente (Gregotti) e non è neppure più necessario (Koolhaas) e ci si può muovere solo in schemi essi stessi in movimento.
Nei quattro ricchi capitoli L’espace (c'est) indicible; Progetto, materiali, infrastrutture; Progetto e contingenza; Il paesaggio del progetto, si alternando considerazioni sulla natura del nostro tempo, sulla condizione del fare, si suggeriscono possibili strategie per misurarsi con l’incertezza dell’oggi senza cadere nel tranello della semplificazione, che magari farà vendere libri e progetti (comunque relativamente in questi tempi), ma incrosta chi elabora nella condizione di giullare di corte e mai in quella di intellettuale capace di formulare progetti per la trasformazione dell'esistente.
Nel testo si passa da Valery a Kant, da Mongardini all’evidenza che Agamben in questi anni andava letto, senza spocchia, ci si trova tra Ejzenstein, reminiscenze veneziane di letture cacciariane su Simmel, Focillon si alterna con Richard Serra, architetti con filosofi, linguisti con economisti, ricordandoci mentre procediamo alla lettura a tratti con sana fatica, che leggere, studiare, spostare con cura un dettaglio o una parola sono processi necessari, non certo orpelli come ha volgarmente provato a farci credere quell'estetica del semplicismo che ha generato il deserto di oggi.
Ci si chiede nel senso più alto, che senso ha oggi fare un progetto, non solo di architettura (ma ovviamente in primis di architettura) e come organizzare un sapere, tenendo assieme Tschumi - citato con intelligenza molte volte a conferma di una nostra vecchia idea che il pensiero di quest’ultimo conteneva grandissime potenzialità per fare da ponte tra il dibattito italiano e la nuova stagione teoreticista nordamericana - e quel maestro troppo dimenticato che è Gianugo Polesello, Eisenman e Gregotti, dove quest’ultimo trova finalmente un giusto peso in quel possibile ruolo di una borghesia socialdemocratica che in Italia è stata sbeffeggiata da sinistra a destra, per poi scoprirsi felici di essere ignoranti e cafoni, con i risultati che vediamo.
Il libro ha tutto per essere tra quelli necessari e bene ha fatto Quodlibet a pubblicarlo, allargando un catalogo che si sta configurando come una delle poche voci di autentica ricerca. Sicuramente è un libro da studiare con attenzione e proprio per questo ci permettiamo di dire che manca una piccola dose di coraggio e sventatezza che permetta di rendere delle proposte, che Ceccon definisce in progress, con l’autorevolezza più ingombrante del testo “necessario”. Forse sarebbe bastato anche solo un titolo diverso, più “assoluto”, netto, ambizioso, dove Cronaca di una mutazione semantica poteva essere il sottotitolo, ma sono anni di pensiero debolissimo e nel nulla in cui siamo avvolti appare già moltissimo così.
Resta la sensazione che i limiti non siano nel testo, veramente completo e ben argomentato, ma in un contesto, perché se ci fosse una società appena più lungimirante e capace di un progetto complessivo che valorizzi il talento e il lavoro, allora da solo questo libro potrebbe trovare un linguaggio diverso e sarebbe pronto per essere tradotto in diverse lingue e iniziare un lunga tournée di cui beneficerebbe molto tutto il dibattito italiano. Siamo quasi certi non sarà così, ma non ci si chieda poi come mai non si cresce e non si vedono vie di uscita, per questo bisogna studiare, prendersi tempo, leggere ed elaborare, esattamente come succedeva quando l'Italia era al centro del dibattito, esattamente ciò che non facciamo da molto tempo.