Recensioni / Il volto politico dell'artista

Modernità e nazione è il titolo che Alessandro Del Puppo ha imposto alla raccolta di alcuni suoi studi dedicati alla cultura figurativa italiana del primo Novecento. Riscritti, ampliati, ripensati, i singoli interventi sono diventati, con diversi inediti di raccordo, i capitoli necessari di una storia difficile che riguarda il problematico posizionamento dei pittori italiani nella realtà contemporanea, dalle scelte d’avanguardia, all’arruolamento in guerra, al fascismo.
Al centro dell’attenzione c’è l’artista in quanto intellettuale, quindi il suo volto pubblico, politico, polemico, la cui definizione si appoggia non soltanto ai dipinti, ma anche agli scritti, fra riviste e libri. Non ne scaturisce l’ennesima imbastitura di luoghi comuni su quei decenni così vividi dell’arte italiana, con un futurismo inevitabilmente oltraggioso e un ritorno all’ordine altrettanto scontato, né si è costretti a seguire una riflessione astratta dalla primaria evidenza visiva delle opere. Anzi, nel libro gli snodi del discorso passano attraverso esperienze tanto più significative
quanto più liminari, e alla progressione del racconto le opere offrono sia l’abbrivio iniziale che la verifica finale.
Così Carrà celebra e allo stesso tempo esaurisce la sua vocazione eversiva nei Funerali dell’anarchico Galli (nella prima analisi storicamente circostanziata del dipinto); la didattica modernista di Soffici non regge alla verifica bellica, o meglio scopre quel sostanziale fondamento restaurativo della tradizione italiana che la breve solidarietà futurista ha in parte dissimulato; e all’ormai stentorea voce di Soffici, Maccari fa controcanto, sul “Selvaggio”, orchestrando con ironia l’impaginazione della rivista, oppure dando spazio all’“umanità fiacca e supina” di Rosai e alla “deliberata inattualità” di Morandi.
Se nel sottotitolo il volume enuncia temi di ideologia visiva, è per il taglio angolato dell’analisi critica che vuole soprattutto verificare, nelle opere, il grado di responsabilità sociale e politica
degli artisti italiani (a volte si ha quasi la sensazione che l’autore li aspetti al varco). Soffici interpreta in modo attivo il proprio ruolo, che si rivela tanto più propositivo in sede teoretica
quanto meno produttivo e convincente in campo artistico; in questo senso il fronte di guerra, dopo Caporetto, è stato un’esperienza fatale che ha azzerato le ragioni della pittura per riversarsi invece nella scrittura (da Kobilek a La ritirata del Friuli). Secondo Del Puppo, la guerra è stata una tragedia per i pittori italiani nella misura in cui essi ne hanno verificata la sostanziale intraducibilità in immagine: uno scacco, più che un pudore. Si può quindi comprendere in modo diverso la rinnovata fortuna della pittura di paesaggio nel dopoguerra, quasi fosse una zona di necessario e quindi rassicurante silenzio, dopo quella drammatica afasia, e un’occasione per riconquistare una geografia concreta di luoghi banali ma riconoscibili. In questo senso Morandi
svolge un ruolo essenziale, nell’ombra di un apparente disimpegno, e la sua presenza si rivela decisiva nella strategia editoriale del “Selvaggio”: “È fra il profluvio delle pagine di Maccari e Soffici reiterate di moniti a italianità e antimodernismo, e di un’iconografia al loro traino, che il lettore del ‘Selvaggio’ giungeva alle acqueforti morandiane. Incontrarle sulle colonne della rivista non era come coglierle nella delibazione puramente formale del foglio scontornato”.
Basterebbero i nomi citati per evocare modi diversi, ma interrelati, di interpretare il proprio ruolo da parte dei pittori italiani, di fronte a due valori non facilmente conciliabili quali modernità e nazione. Modernità e nazione compongono infatti un’endiadi scomoda e proprio la loro perenne tensione deve avere indotto l’autore a offrirli quale ostica insegna del libro: due miti, o due miraggi, che sarebbe tuttavia erroneo intendere come alternative incompatibili. Una dozzina d’anni fa, nella sua monografia sulla rivista d’avanguardia “Lacerba”, Del Puppo aveva già ragionato sull’impegno degli artisti italiani per una modernità non disinteressata, e su quella tesi di un modernismo volontariamente coinvolto nel processo storico, sottratto a una lettura formalistica, ha continuato a lavorare, con nuove prove, in Modernità e nazione. Con l’ausilio di una scrittura lucidissima
e di un’intelligenza limpida, talvolta quasi perfida nelle sue spigolature, e una certa propensione a insinuare il sospetto di un’ombra, di un passo falso, o la furbizia di un calcolo interessato
anche nelle chiusure più intime dei pittori, per scansare ipoteche iniziali e finali consolatori, questo libro fa rivivere l’attitudine irriverente con cui Paolo Fossati aveva interrogato, nelle sue pagine migliori, l’arte italiana del primo Novecento. C’è la stessa urgenza di afferrare la verità smagata delle cose, fuori dai recinti abituali, ma c’è anche un’altra ambizione, quella di potere (e sapere) giudicare.