Recensioni / L'architettura secondo chi la usa

Giancarlo De Carlo ha raccontato più volte che, giovane architetto, trascorreva alcune ore la domenica pomeriggio in un bar di fronte alle palazzine che aveva costruitoa Sesto San Giovanni. Erano palazzine dell'Ina Casa, correvano i primi anni Cinquanta. Si sedeva e osservava come quegli appartamenti venivano vissuti. E le sue conclusioni erano drastiche: «Ho verificato l'inesattezza dei miei calcoli». I ballatoi erano troppo stretti, incapaci di accogliere le sedie e le sdraio e inadatti a soddisfare una delle esigenze primarie degli abitanti, per i quali «più di tutto conta vedersi, parlare, stare insieme. Più di tutto conta comunicare». L'architettura della partecipazione risale a una ventina d'anni dopo, al 1972, gli anni in cui De Carlo sta realizzando due fra i suoi progetti più legati all'esperienza, appunto, di una partecipazione di chi avrebbe poi vissuto le sue opere d'architettura e d'urbanistica: il villaggio Matteotti a Terni (1969-1975) e il Piano particolareggiato per il centro storico di Rimini (1970-1972). Il saggio di De Carlo riprende una conferenza tenuta a Melbourne. Il progettista genovese matura le proprie riflessioni sulla base dei lavori che sta conducendo e, forse spiazzando l'uditorio, afferma con generosa perentorietà che «l'architettura del futuro sarà caratterizzata da una partecipazione sempre maggiore dell' utente alla sua definizione organizzativa e formale». In che misura, poi, ciò avverrà, saranno purtroppo i decenni successivi a dirlo, consegnando questa affermazione al contesto politico e culturale di quei primi anni Settanta. Il ragionamento di De Carlo trae spunto anche dai limiti del Movimento moderno che avrebbe afferrato l'importanza del destinatario di un'architettura, ma che si sarebbe limitato, a suo avviso, a immaginarlo appartenente a categorie tipiche e dunque astratte, poco aderenti alle realtà storiche e sociali. Nelle parole di De Carlo vibra la cultura antiautoritaria della sua formazione politica. Chi usa l'architettura - questo il suo precetto - deve partecipare a tutte le fasi della sua realizzazione, dalla progettazione all' esecuzione. E la partecipazione dev'essere reale, non un simulacro retorico. De Carlo parla di "utopia realistica". Ma l'ultimo saggio raccolto in questo volume racconta l'esito contraddittorio della vicenda ternana. Nella città umbra occorreva intervenire in un quartiere operaio già avviato durante il fascismo (era intitolato a Italo Balbo) e proseguito nel dopoguerra con la dedica a Matteotti. De Carlo propose al gruppo industriale proprietario delle acciaierie e al Comune cinque ipotesi, dicendosi però disponibile solo alle ultime due. Ed entrambe, senza che i committenti ne afferrassero l'importanza, prevedevano la partecipazione dei futuri residenti. Il processo fu avviato e chi avrebbe abitato gli appartamenti intervenne agli incontri visionando modelli alternativi sia sul piano urbanistico che sugli edifici veri e propri. De Carlo si riservava la scelta degli elementi linguistici, ma per il resto tutto era in discussione, dai percorsi pedonali all'ampiezza dei terrazzi giardino. Il cammino fu accidentato. Favorevoli all'esperimento i consigli di fabbrica, meno i sindacati, che alzarono il vessillo della casa di proprietà per gli operai. Convinti due dirigenti dell' acciaieria, presto rimossi, più freddo il Comune di sinistra, timoroso che dei risultati positivi beneficiasse la proprietà aziendale. In realtà una volta terminata la fase progettuale, durante l' esecuzione dei lavori la partecipazione fu esclusa (venni escluso anch'io, sottolinea De Carlo). L'esperimento riuscì dunque in parte. Ora il Villaggio Matteotti è meta di visite da parte di giovani progettisti e di studenti. E la discussione su come vivere un'architettura prosegue fra entusiasmi e depressioni.