Recensioni / Milena Farina. Spazi e figure dell'abitare

Nel presentare la prossima Biennale di Architettura di Venezia, il curatore Rem Koolhaas ha annunciato l’allestimento di “una mostra sull’architettura e non sugli architetti; centrata sugli elementi fondamentali usati nella storia e sull’evoluzione delle architetture nazionali negli ultimi cento anni”. Milena Farina considera la questione dell’identità nazionale dell’architettura olandese un tema sostanziale, tentando di comprendere come l’edificio abitativo – complessivamente in crisi nel suo ruolo simbolico di rappresentazione dell’identità collettiva – da elemento di costruzione di un tessuto urbano sia nella contemporaneità diventato sempre più spesso “episodio eccezionale e spettacolare che si confronta con la dimensione globale della scena architettonica, piuttosto che con il suo reale contesto di riferimento inteso come luogo fisico”.

Se esiste allora un’identità dell’architettura olandese, l’autrice ne rintraccia la specificità e la continuità proprio nella ricerca sull’alloggio collettivo, luogo al tempo stesso di innovazione e di conservazione di una tradizione abitativa del tutto particolare.
La produzione edilizia di questa piccola nazione negli ultimi vent’anni ha segnato profondamente – anche grazie alla risonanza della pubblicistica internazionale di settore – il dibattito architettonico, particolarmente nel campo dell’housing. Nei Paesi Bassi, forse più che in ogni altra nazione al mondo, la sperimentazione architettonica coincide con la sperimentazione sulla residenza. Sulla scia di una tradizione nazionale che si consolida nella modernità nei primi decenni del XX secolo, il primo impegno professionale dei più importanti studi di architettura olandesi, al contrario ad esempio di quanto avviene in Italia, è proprio il tema della residenza.
Con uno sguardo imparziale e attraverso un ridisegno allo stesso tempo preciso e diagrammatico di numerosi casi-studio, in questo libro gli esempi presentati non vengono idealizzati (come pure è stato fatto da tanta critica recente), ma raccontati con neutralità, tentando piuttosto di tracciare nuove modalità di lettura e interpretazione del progetto della casa urbana, e riferendo gran parte dell’originalità delle realizzazioni recenti alla rilettura – in alcuni casi alla reinvenzione -  degli impianti e delle soluzioni architettoniche e distributive sviluppate negli anni ’50-’70 dalla generazione di architetti gravitante intorno alla rivista “Forum”, alle teorie strutturaliste, al Team X.
L’architettura contemporanea in Olanda rappresenta certamente un caso. Non solo per la vitalità e l’originalità dei progettisti dell’ultima generazione, ma anche grazie ad un’organizzazione statale che per alcuni decenni ha investito molto sulla ricerca in ambito architettonico e infrastrutturale e, ancora di più, a causa di una singolare e intrinseca peculiarità della popolazione stessa. Abitante di una terra progressivamente sottratta all’acqua, l’olandese considera il contesto dell’abitare come luogo artificiale e del tutto antropizzato. Ciò, di fatto, sposta l’attenzione dei progettisti dal contesto al programma e la spinta innovativa dallo spazio urbano allo spazio abitativo. Fin qui poco di nuovo rispetto all’approccio del Movimento moderno che, partendo dalla funzione, tentava di risolvere il tema della crescita urbana a partire dall’alloggio, dalla sua definizione tipologica e distributiva, dalle questioni di orientamento, soleggiamento, ventilazione. Ma il filo rosso che i nuovi architetti olandesi stabiliscono con i maestri del moderno – sostiene l’autrice - è parziale e selettivo. I padri sono scelti principalmente nel Team X, dove architetti come Candilis, Josic e Woods, Van Eyck, Bakema e Van der Broek costituiscono già nel secondo dopoguerra una corrente critica interna al CIAM, alla ricerca di another modern. Tale tendenza culminerà con le realizzazioni e le teorizzazioni dei coniugi Smithson, di Giancarlo De Carlo, di Herman Hertzberger. Un altro punto di discontinuità che l’autrice individua nell’architettura olandese contemporanea è rintracciabile nell’approccio al progetto non più su base tipo-morfologica ma a partire da strategie e temi progettuali: frammenti di paesaggio, soglie, combinazioni 3d, figure e icone, volumi autonomi, estensioni e spazi generici sono i temi attraverso i quali si ripercorre e si scompone la vicenda contemporanea della residenza in Olanda. O perlomeno il suo versante sperimentale e tipologicamente innovativo. La crisi globale ci riportato con i piedi per terra: Hans Ibelings ci racconta della fine dell’Era Spettacolare dell’architettura, si torna negli ultimi anni a pensare gli edifici come parti costituenti un tessuto e non più episodi necessariamente eccezionali (pensiamo ad Haiveland o Ijlburg ad Amsterdam). Il tema del blocco a corte come elemento base del tessuto, già molto indagato negli anni ’90, non si pone più come unicum, superblocco o elemento scultoreo di discontinuità, ma torna ad avere, più tradizionalmente, una doppia faccia: semplice e regolare sul fronte strada, articolata e complessa all’interno dell’isolato. Il blocco a corte diventa anche strumento di successo nei processi di rigenerazione di quartieri degradati di edilizia pubblica attraverso densificazioni puntuali e selettive (Bijlmermeer).
Nella seconda parte del testo (Una genealogia per temi), a partire dal congresso CIAM di Hoddeston del 1951, si ripercorre la vicenda del superamento del tema strettamente funzionale e della progressiva restituzione di importanza al dato spaziale e alla capacità dei luoghi collettivi di rappresentare l’immaginario e i valori degli abitanti, fulcro fisico di un tessuto residenziale che torna ad essere compatto. Il ritorno alla densità e alla complessità d’uso – nuove parole d’ordine della città moderna dagli anni ’50 – trovano forma nel progetto della residenza collettiva. Il superamento del procedimento tipicamente moderno dell’accostamento di volumi isolati è individuato in particolare nel ripensamento dei flussi, che, anche quando restano separati, sono comunque interconnessi e tentano, come nelle proposte degli Smithson, di gerarchizzare e strutturare gli spazi aperti, in contrapposizione alle astratte e statiche composizioni delle new towns inglesi. Gli stessi architetti proveranno a portare lo spazio pubblico in quota (street on the air) ripensando i ballatoi di distribuzione degli alloggi come veri e propri spazi semipubblici lineari. La strada, sopraelevata e integrata nell’alloggio ma in alcuni casi anche a terra tra le case, torna ad essere uno spazio sociale e di relazione e non più solamente un mezzo per collegare il più velocemente possibile due punti. Da queste riflessioni emergeranno diversi modelli di impianti urbani come lo stem (Candilis-Josic-Woods), struttura lineare sopraelevata su cui affacciano i principali edifici pubblici. Dal ragionamento sull’uso e la struttura dei percorsi deriveranno anche le sperimentazioni basate sull’additive geometry (Aldo Van Eyck), organizzazione ripetuta di elementi modulari, o il mat-building, struttura che ancor di più enfatizza le relazioni piuttosto che i singoli elementi architettonici, reinterpretando l’archetipo della casbah. Sono operazioni progettuali che mirano sempre a riproporre nel singolo organismo architettonico, o nel gruppo di edifici, la complessità e l’articolazione di un frammento urbano. Ciò significa anche elaborare una nuova gradualità nel passaggio dal pubblico al privato: il valore che assumono questi spazi di soglia (dall’uso volutamente ambiguo) è forse oggi uno dei lasciti più vivi di quella stagione. Un altro tema centrale nel Team X, anch’esso attuale nel dibattito contemporaneo, è quello della ricerca di un equilibrio tra cellula abitativa individuale e immagine complessiva dell’intervento. Ma è proprio questo, forse, il limite delle esperienze della Forum generation, che, semplificando al massimo la configurazione dell’elemento base e affidando il progetto alla ripetizione modulare sulla base di una griglia aperta ed isotropa, e potenzialmente infinita, giunsero ad una astrazione e rigidezza comparabili con le altrettanto inefficaci ed eleganti composizioni planimetriche del funzionalismo. Se la forma aperta urbana, nel tempo si è sempre più dimostrata improduttiva tanto da spingerci al ritorno alla forma compatta, lo spazio dell’alloggio acquisisce invece da queste stesse esperienze una nuova forma di flessibilità, non più legata alla modificazione degli usi nel tempo – come nelle sperimentazioni funzionaliste degli anni ‘20 e ’30, ma centrata sulla definizione di alcuni spazi ambigui ed ibridi, diversamente interpretabili dagli abitanti, attraverso la dissociazione tra funzioni specifiche e funzioni generali, attraverso livelli sfalsati che definiscono attività diverse ma spazi comunque continui e interconnessi.

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