Recensioni / Bruciature letterarie

Dov’è finita la teoria della letteratura? Nessuno ne sa più niente. Dopo esserci intossicati di teorizzazioni vere, presunte o recitate; dopo esserci armati per due o tre decenni di teoremi e terminologie tecniche, che volevano chiarire tutto ma finivano per esorcizzare la semplice avventura e l'inevitabile rischio di leggere, ecco che oggi nessuno parla più di teoria.

Niente di male, secondo me. Ma un breve libro di Mario Barenghi, appena uscito da Quodlibet, Cosa possiamo fare con il fuoco? Letteratura e altri ambienti suggerisce una considerazione: per capire, anche in termini generali, ma mai definitivi, che cos'è la letteratura, è meglio riflettere che teorizzare; è più utile e interessante avanzare qualche ipotesi e prospettiva, magari insolita o perfino bizzarra, piuttosto che offrire una chiave che promette di aprire tutte le porte, come è stato ripetutamente fatto nel corso del Novecento, a partire da Benedetto Croce fino a Roman Jakobson.

Il bello della letteratura (che in questo è un buon correttivo alla filosofia) consiste nel suo essere un universo irriducibilmente pluralistico, nel quale, più che la passione per l'unità e le uniformità, si esprime una passione opposta, esplorativa, circostanziale, dispersiva, per la singolarità e varietà dei fenomeni, delle situazioni e dei punti di vista. In letteratura il linguaggio non vuole sempre obbedire all'idea, si prende le sue libertà: anche la libertà di inventare, manipolare, rovesciare, vanificare o mettere in ridicolo l'autorità delle idee.

Già nella telegrafica premessa, quasi scusandosi, Barenghi allude a una mancanza di unità e sistematicità dei suoi saggi: «ln questo volume si parla di molti argomenti». E questi argomenti sono «la funzione della letteratura, la lettura, l'insegnamento, il rapporto fra letteratura e usi linguistici, l'origine del linguaggio e l'evoluzione umana». In effetti è molto, anche troppo. Ma Barenghi non teorizza, si limita a riflettere partendo da letture e da esperienze personali di studioso, di critico, di insegnante.

È esattamente la parola «esperienza» a indicare l'unità, la caratteristica saliente del libro: «Nessun capitolo è, in senso proprio, un esercizio di critica letteraria. Costanti sono però il richiamo a un'idea di letteratura come esperienza, da un lato, e dall'altro l'attenzione al rapporto fra la letteratura e i suoi dintorni più o meno immediati».

È così. Invece che concentrarsi su un'idea di letteratura cercando di isolarla da tutto il resto per individuarne l'assoluta specificità, si arriva alla letteratura partendo da fuori, da ciò che le sta intorno, dal suo contesto pragmatico. Se ben ricordo, piaceva a Wittgenstein cercare il significato delle parole e delle cose partendo dall'uso che se ne fa. Un po' di pragmatica, dunque, e di antropologia, piuttosto che definizioni troppo interne all'oggetto in sé.

Uno degli ultimi manuali di teoria della letteratura, quello di Franco Brioschi e Costanzo Di Girolamo uscito nel 1984, partiva dalla confutazione di teorie formaliste e strutturaliste, ma si concentrava poi sulle «condizioni pragmatiche» dell'oggetto letterario e concludeva con tre brevi capitoli rispettivamente intitolati: «L'arte come esperienza», «Una prospettiva sociologica», «Una prospettiva antropologica». Le battute conclusive di quell'innovativo manuale, così spiccatamente antiteoricistico, meritano di essere ricordate: «Con ogni probabilità, l'arte continua a rimandare a una condizione antropologica "arcaica", a un tempo umano diverso dal tempo della rivoluzione industriale, tecnologica o informatica. Ma non dobbiamo farci ingannare dalla modernità come "superamento" e dalla scienza come crescita della conoscenza, conquista progressiva di frontiere sempre più avanzate. Questa rappresentazione, che l'accelerarsi della storia ha trasformato in una nuova condizione antropologica, non riduce però il passato a mera archeologia, né lo annulla dentro di noi […] Come usano dire gli storici, la nostra esperienza si compie simultaneamente in tempi diversi, che si sovrappongono e non si elidono: il tempo della permanenza e dell'effimero, non solo quello del mutamento e dell'accumulazione».

Uscendo dalla teoria e passando all'aneddotica potrei riferire che un mese fa, invitando un romanziere non ignaro di teoria come Walter Siti a una discussione in Brasile su «letteratura e dintorni», la sua risposta è stata questa: «Sì, certo. Parlerò soprattutto di dintorni».

Perché Barenghi ha voluto accostare la letteratura e il fuoco? Perché il fuoco è stato eccezionalmente utile nell'evoluzione culturale umana, ma non si lascia usare né facilmente né senza rischio. Come la letteratura, il fuoco non è un oggetto: agisce e non si sa mai bene da che parte prenderlo. È domestico e fa paura, conforta e incenerisce.

Volendo, non teorizzare, ma riflettere sulla letteratura, Barenghi riprende e sviluppa nel modo migliore quanto ha imparato dai suoi maestri: anzitutto Calvino (narratore curioso di fiabe e miti, etnologia e folklore), Vittorio Spinazzola (sociologo della lettura e del pubblico) e Franco Brioschi (filosofo del linguaggio letterario). Il metodo di Barenghi è nel modo in cui le domande sulla letteratura vengono «ambientate». Dunque, non «che cos'è la letteratura» ma «perché la letteratura».

Nel saggio che apre e dà il titolo al volume si risale a Prometeo, l'eroico titano che ruba il fuoco a Zeus e lo regala agli uomini, prima di allora condannati dall'ignoranza a condurre una vita miserevole e ferina. Mediatore fra gli dèi e gli uomini, Prometeo è un astuto, preveggente ribelle, un'intelligenza attiva poco portata all'obbedienza.

Oltre che donare il fuoco agli esseri umani, insegna loro tutte le arti, dalle più elementari alle più complesse, dal saper guardare e udire, lavorare e interpretare, al guarire e progettare.

Commentando una serie di libri recenti sull'evoluzione umana e le origini del linguaggio, Barenghi si orienta verso l'idea di una «funzione sociopoietica» della letteratura, la quale non rispecchia «una società data: la istituisce, la forgia. La crea, esattamente come avviene con il linguaggio. Del resto, la letteratura altro non è se non un uso del linguaggio – un uso, si badi bene, non una forma di linguaggio». A quell'uso possono infatti partecipare diverse forme e quello che conta è il«comportamento del destinatario non le qualità intrinseche del discorso».

Se dovessi scegliere un solo brano esemplare di questo libro, sia per contenuto che per stile e tono, forse sceglierei questo: «La letteratura [...] è un insieme di artefatti verbali che hanno come fine la sopravvivenza del gruppo, e del singolo in quanto parte del gruppo. Noi, oggi, abitanti di un pianeta sovrappopolato di sapiens che non di rado fanno poco onore al nome introdotto nel 1758 da Linneo nella tassonomia del Systema naturae - noi, dicevo, oppressi dai fastidi quotidiani, afflitti o disgustati da quanto ci tocca vivere, e troppo spesso dimentichi delle fatiche e delle pene sopportate dai nostri antenati anche prossimi, possiamo pensare che la letteratura ci serva a "sopravvivere" nel senso che ci allontana dalle cose, concedendoci una tregua dal commercio obbligato col prossimo. Ma si tratta di un capovolgimento paradossale. La funzione primigenia della letteratura è e continua a essere quella di ancorarci alla realtà incentivando l'intesa con i nostri simili» (pagg. 21-22).

Naturalmente il paradosso sussiste. La letteratura serve sia a isolarci che a comunicare, sia a produrre accordo che disaccordo. Solo che il disaccordo è a sua volta una fondamentale pratica di socialità, benché secondaria: un'antitesi che presuppone una tesi. Se perde il suo lettore, il testo letterario si suicida. Per questo la lettura e i lettori producono la letteratura non meno di chi la scrive. Per questo chi insegna letteratura deve tenere acceso il fuoco, se vuole trasmetterlo. E per questo i tre saggi centrali del libro sulla funzione educativa della letteratura e sul mestiere dell'insegnante sono i più fiammeggianti: come in Fahrenheit 451, «i libri, per scampare alla distruzione e essere trasmessi alle generazioni future, devono diventare uomini […] il valore da preservare si incarna negli individui».

La prima e ultima domanda sulla letteratura è sempre una domanda sull'esistenza umana. NeI1968 a un giovane provocatore che le chiese «ma a che serve la poesia?», Elsa Morante rispose: «e tu a che servi?».