Recensioni / Lo sguardo romantico di Tessa sui volti e i luoghi della città

Scapolo impenitente, pigrissimo avvocato che frequentava il tribunale solo per campare, antifascista che si oppose al regime con borghese discrezione, Delio Tessa, nato in Via Fieno nel 1886 e morto a nemmeno 53 anni nella ormai scomparsa clinica di via Lamarmora per un ascesso ai denti nel 1939, fu un poeta geniale e timido. Soltanto nel dopoguerra la critica lo rimise tra i maggiori del 900, trovandogli il giusto posto in quel filone lombardo che da Alessandro Manzoni, passando per Dossi e Porta, arriva a Gadda.
Ma in effetti in vita pubblicò una sola raccolta dei suoi bellissimi versi in dialetto meneghino, nel 1932, il cui titolo, presa da quella che sarebbe diventata la poesia più celebre, ha la tipica, malinconica ironia del milanese. Sarebbe infatti stato benissimo in bocca a Jannacci: L'è el dì di mort, alegher. Quodlibet, con la complicità di Paolo Mauri, curatore del volume, con La bella Milano fa rivivere una voce forse ancora meno conoscitua di Tessa: quella del cronista di colore. Si tratta di poco più di 100 articoli che il poeta, zittito dal Miniculpop (nemico del dialetto), pubblicò su l'Ambrosiano e soprattutto, oltre confine, sul Corriere del Ticino.
Il libro è diviso in due parti, i rimpianti per la città che cambia delle "Prose ambrosiane" e le passioni culturali nelle "Critiche controvento". La costante è lo sguardo del poeta che percorre a modo suo la vita, i luoghi e i volti della città. Parole in cui si trova lo stesso amore per "i sacchetta" ( i ladruncoli) di piazza Vetra così come per Arturo Toscanini, amico famoso con casa in via Durini, che per Tessa era semplicemente il "Tosca". Un taglio che se da un lato somiglia, in ritardo, a quello con cui Baudelaire osservò a Parigi l'alba della modernità, dall'altro sembra anticipare quello da "marziano" a passeggio con cui Ennio Flaiano avrebbe costruito, ma a Roma, il suo cinico umorismo.
È però un romantico il Tessa che cammina per Milano. A partire dal costume che sceglie. in un pezzo rivela di amare la nebbia di dicembre e ripercorre le strade che un tempo faceva suo padre: "Andava giù da via Olmetto, via Amedei, Zebedia, Carlo Alberto...adagino...adagino...verso piazza del Duomo...". In mano, mentre cammina, ha proprio l'ombrello di papà: "Vi confesso che onoro di un culto più profondo il manico di questo parapioggia suo levigato dalle sue mani, che la sua tomba al Musocco".
Esile e magro, Delio Tessa doveva sembrare una specie di Chaplin per le vie del centro. E il vagabondo, come ricorda un altro articolo, lo ammirò dal vivo, nelle vesti di critico al festival di Venezia, pensando però somigliasse al Tecoppa, maschera del teatro milanese interpretata dall'attore Edoardo Ferravilla. Nemico giurato del "Piccone Risanatore" (l'ammodernamento urbano durante il fascismo), distrutto dal rimpianto dei Navagli, preso da struggenti passeggiate notturne, questo Tessa piacerà anche agli appassionati di storie minime milanesi. A partire dalla Linea 0, bus antenato della 94 in eterna spola tra Ospedale Maggiore, Tombone di San Marco e al Cimitero Monumentale.