Recensioni / Le insidie delle parole. Rileggere le riflessioni di Giancarlo De Carlo di oltre quarant'anni fa offre la possibilità di credere ancora a un futuro no

Sessant'anni fa un architetto che avesse visitato la X Triennale di Milano, quella del 1954 dedicata alla unità delle arti e diretta dagli architetti Carlo De Carli e Marco Zanuso e dagli artisti Lucio Fontana, Mario Radice e Attilio Rossi, avrebbe potuto leggere a fianco di plastici, progetti e filmati la seguente didascalia:  “Avete mai pensato che siamo noi, giorno per giorno e tutti insieme, che diamo forma a questo spazio?”
In forma apparentemente ingenua, diretta e forse allora provocatoria, la domanda poneva una questione centrale per la prassi e l'etica professionale. A scriverla era Giancarlo De Carlo, incaricato di curare con Carlo Doglio e Ludovico Quaroni la Mostra sull'Urbanistica.
Ora a distanza di oltre quarant'anni viene riproposto dalla casa editrice Quodlibet L'architettura della partecipazione, saggio premonitore che De Carlo scrisse per una conferenza a Melbourne nel 1971 sul futuro dell'architettura e dell'urbanistica. Il testo è accompagnato, con una scelta molto pertinente ed efficace, dagli scritti-riflessioni di De Carlo su due suoi progetti "partecipati": il Piano Regolatore per la città di Rimini e il Villaggio Matteotti a Terni.
In una stagione in cui le parole scemano e anche quelle indispensabili per una riflessione contemporanea sulla missione dell'architettura risultano ambigue e ambivalenti, rileggere questo testo offre la possibilità di credere ancora a un futuro nobile per la disciplina.
È una scommessa per la ragione di fronte a una società più complessa e articolata. Allora l'ingenuo monito del "fare insieme giorno per giorno" appare una lingua franca, onesta e concreta, lontana mille miglia dall'uso distorto e come scudo mediatico di parole (ovviamente) condivisibili come "sostenibilità", "verde", "recupero" o anche "partecipazione", ma che sono usate solo al fine di tutelare una concezione dell'architettura e della professione come atto d'imperio, espressione di una sfera di potere separato, inviolabile e solipsistico.
“In realtà - scrive De Carlo - la partecipazione trasforma la progettazione architettonica da quell’atto imperativo, che finora è stata, in un processo. Un processo che prende avvio dallo svelamento dei bisogni degli utenti, passa attraverso la formulazione di ipotesi organizzative e formali, approda a una fase di gestione dove, anziché concludersi, si riapre in una ininterrotta alternanza di verifiche e rimodellazioni che retroagiscono sui bisogni e sulle ipotesi, sollecitando la loro continua riproposizione”.
Questo flusso impone all'architetto di farsi attore competente e rappresentativo non di un'afona idea di bellezza, ma di propositi inclusivi e buone pratiche che mai come ora (in una fase di decadimento della sfera politica) appaiono estranei alla cultura di qualsiasi soggetto decisionale. Abbandonare il desiderio egotico di autoreferenzialità vuol dire abbracciare un  processo profondo, che ridona valore e riconoscimento alle competenze e alle abilità tecniche. Allora l'architettura della partecipazione non è un escamotage facilitante, ma un processo di interpretazione, ascolto, progetto, sperimentazione, conflitto, discussione, gestione e arricchimento collettivo. È crescita per il tecnico e per l'individuo. E magari capiterà ancora di vedere, una volta completata l'opera, qualche progettista osservare la vita della "sua" creatura e misurarne i limiti e le inadeguatezze.
Ecco un'esemplare testimonianza di De Carlo sulle case a ballatoio che aveva realizzato nel 1950 a Sesto San Giovanni (la città operaia alle porte di Milano):
“Il progetto si articolava su un cardine che mi pareva sicuro: fornire ad ogni alloggio le migliori condizioni obbiettive di abitabilità e assicurare ad ogni nucleo famigliare, malgrado il forte addensamento, la più grande possibilità di isolamento. Per questo le stanze di soggiorno e da letto e le logge erano state portate verso il sole e il verde, i servizi e i ballatoi a nord sulla strada. I ballatoi stessi, perché fosse sgradevole sostarvi e perché il passaggio della gente non disturbasse gli alloggi, erano stati ridotti a nastri distaccati dalla facciata. Ho passato qualche ora di domenica, in primavera, ad osservare da un caffè di fronte il moto degli abitanti della mia casa; ho subito la violenza che mettevano nell’aggredirla per farla diventare la loro casa; ho verificato l’inesattezza dei miei calcoli. Le logge al sole erano colme di panni stesi e la gente era a nord, tutta sui ballatoi. Davanti ad ogni porta, con sedie a sdraio e sgabelli, per partecipare da attori e spettatori al teatro di loro stessi e della strada. (...) Ho capito allora quanto poco sicuro era stato il mio cardine, malgrado l’apparenza razionale. Conta l’orientamento e conta il verde e la luce e potersi isolare, ma più di tutto conta vedersi, parlare, stare insieme. Più di tutto conta comunicare”.