Recensioni / Si rivoluziona presentando soluzioni

Chiamato come relatore a Melbourne nel 1971, in occasione di un ciclo di conferenze al Royal Australian Institute of Architects per esporre la propria visione sull'architettura degli anni settanta, Giancarlo De Carlo ribalta la questione, affermando di poter soltanto pronunciare il suo auspicio ("la proiezione delle mie speranze") che l'architettura del decennio che sta per iniziare sia un'architettura di partecipazione.
Il merito di Sara Marini è quello di aver riportato l'attenzione su questo testo pubblicato in Italia nel 1973 dal Saggiatore, casa editrice legata a Giuliana, moglie di Giancarlo, che traduce in italiano numerosi testi di studiosi (Kevin Lynch, Serge Chermayeff, Alexander Tzonis, Robert Godman, Christopher Alexander, Clearence S. Stein) e per la quale De Carlo stesso dirige la collana "Struttura e forma urbana". Le tre conferenze di Melbourne sono pubblicate in un volume intitolato L'architettura degli Anni Settanta. Una pubblicazione, quella del Saggiatore, da tempo irreperibile. Il merito di questa ristampa è quello di scorporare il contributo di De Carlo da quelli di ambito prettamente architettonico che lo affiancavano (Le nuove forze di Peter Blake e L'opinione di un critico di James M. Richards) e di ricollocarlo accanto a due saggi, sempre dello stesso autore, nei quali sono presentate le esperienze di partecipazioni più significative su scala urbanistica, per il centro storico di Rimini, e su scala architettonica, per il quartiere Matteotti di Terni. Si ricompone così un diverso testo, entro un'operazione il cui obiettivo esplicito è quello di riportare attenzione sul tema della partecipazione nei processi di progettazione. Tema che, come tutti sanno, è stato molto caro a De Carlo e per il quale egli è oggi riconosciuto come riferimento ineludibile.
"Oggi la partecipazione è tornata ad essere una delle questioni nodali del variegato scenario architettonico", afferma Marini. Ma che cosa vuol dire questo ritorno? Come le mutate condizioni socio-culturali ed economiche possono influire in processi complessi e largamente istituzionalizzati di progettazione partecipata? La curatrice, dopo una breve presentazione di alcuni esempi di processi partecipativi a livello internazionale, risponde a questi quesiti con un'ipotesi impegnativa: la partecipazione oggi affonda le proprie radici nell'architettura degli anni settanta. È allora lì che bisogna tornare. Ma la questione è forse più ampia. Per De Carlo il fuoco del ragionamento è sempre stato "l'architettura come questione culturale". L'architettura della partecipazione è un'utopia realistica", e questa importante tesi si collega alla sua fedeltà, seppur conflittuale, verso Le Corbusier, da cui trae una posizione che non abbandonerà: "Non si rivoluziona facendo le rivoluzioni, si rivoluziona presentando soluzioni".
Quelle convinzioni, quel clima che per Marini ridefiniscono un orizzonte di riferimento importante per il contemporaneo, sono anche quelli del Team X, eterogeneo gruppo internazionale di architetti attivo tra gli anni cinquanta e settanta del secolo scorso, del quale De Carlo era un assiduo frequentatore e con il quale condivideva gli stessi intenti e le stesse motivazioni. Nel 1962 Van Eyck, Bakema, De Carlo, Woods, Candilis e i coniugi Smithson pubblicano su "Architectural Design" il loro Team X Primer in cui dichiarano di volersi occupare non soltanto di teoria, ma di prassi, e in particolare, dell'utopia del presente", proprio per costruire l'utopia. La definizione di partecipazione di De Carlo come "utopia realistica" (a cui aggiunge "e questo fa una grande differenza") deve essere ascritta a quella atmosfera, alla forza di quegli intenti.
C'è un ulteriore tema che il libro solleva: nella sua introduzione Marini lega iI processo partecipativo alla capacità di saper spiegare l'architettura. Una capacità che De Carlo ha dimostrato di possedere e alla quale ha accompagnato quella di "saper vedere l'architettura". Tema su cui ha molto insistito con i suoi studenti negli incontri dell'Ilaud (International Laboratory of Architecture and Urban Design).
Saper spiegare e saper vedere rimandano all'inserto di immagini a colori, che documenta gli incontri a Rimini e a Terni del progettista con gli abitanti (cui segue una narrazione degli spazi del Quartiere Matteotti di Terni, realizzata da Fabio Mantovani nel 2013).
Un appunto interessante fatto da De Carlo, e qui ricordato, riguarda la presenza, il peso delle persone nei progetti di architettura, partendo dalla presentazione dei progetti stessi (tornando cioè ai momenti cruciali della partecipazione). Egli si chiede come mai troppo spesso nelle fotografie di architettura che vengono pubblicate sulle riviste non compaiono le persone. Come possiamo considerare un progetto senza coloro che lo abitano? Quarant'anni dopo la pubblicazione di questo saggio il problema rimane. De Carlo oggi ci inviterebbe a riconsiderare la presenza delle persone in tutte le fasi del progetto, fino alla sua pubblicazione.