Recensioni / Linguaggi dell'housing contemporaneo olandese

E’ un libro “coraggioso”. Affronta un tema al quale sono stati dedicati approfondimenti da parte dell’editoria, italiana e internazionale, con volumi, manuali, numeri monografici di riviste.

A cosa serve quindi un libro che torna sull’argomento?

In realtà Milena Farina si guarda bene dal rischio di fornire un ennesimo catalogo di soluzioni note, abilmente reincasellate in maniera leggermente diversa dall’ultimo manuale uscito in libreria. Il testo offre piuttosto una chiave di lettura originale che svincola il tema della residenza dallo stupore derivato dai virtuosismi tipologici e formali che affollano di immagini la pubblicistica recente (e che tutto mescola in una nuova grande koiné di stili e linguaggi) per interrogarsi piuttosto sul rapporto che esiste tra residenze e modalità di abitare nella condizione urbana contemporanea. “Abitare”, non a caso, è la parola chiave del titolo del libro.

Il testo si divide in due parti.

La prima, Spazi e Figure individua sette chiavi di lettura, sette sguardi obliqui, per rileggere i progetti di edifici residenziali urbani in Olanda: Frammenti di paesaggio, Soglie, Combinazioni 3D, Figure e Icone, Volumi autonomi, Estensioni, Spazi generici, sono le categorie individuate e la cui narrazione viene accompagnata da un notevole apparato grafico che, attraverso schemi grafici, rende leggibile e interpretabile la grande quantità di esempi analizzati. La seconda Una Genealogia per Temi vuole ricondurre questi approcci a un’origine comune che affonda le sue radici nella critica al movimento moderno portata dal Team X, prima, e dalle multiformi, e spesso contrastanti, personalità che lo componevano, o che intorno a questo si muovevano, poi.

Ma, prima della sezione Spazi e Figure, e dopo l’introduzione, l’autrice colloca il capitolo: “Dal progetto urbano allo spazio abitativo”. Titolo significativo se si pensa che nel 1997 Hans Kollhoff, autore di uno dei migliori edifici residenziali di quel periodo ad Amsterdam, aveva scritto sul primo numero di Lotus international che tornava occuparsi del tema (e precisamente sul n. 94, La ricerca contemporanea sull’abitazione) un articolo dal titolo: “Costruzione urbana contro alloggio”. Qui l’autrice si interroga sulle modalità con cui la “casa collettiva” si è gradualmente trasformata una sommatoria di cellule abitative individuali arrivando alla conclusione che le qualità di queste nuove residenze siano da ricercare nella genericità e nella adattabilità degli spazi. Spazi da destinare ad abitanti non più facilmente classificabili, che sfuggono al tentativo di “stabilire un legame diretto tra ordine fisico e ordine sociale”, come invece era avvenuto nel secondo dopoguerra. A questo si aggiunga che “la sperimentazione sulla morfologia edilizia si è dunque concentrata in questi anni prevalentemente sull’elaborazione di episodi eccezionali, piuttosto che sulla ricerca di principi in grado di definire la forma urbana”. Dopotutto nel momento in cui la città è ovunque non esiste più la città e quindi il problema non è più la città. Ecco allora che la ricerca si sposta sull’edificio in quanto oggetto, sul linguaggio (oggi ancor più sui materiali come linguaggio), spesso su soluzioni che vantano l’oggettività del nuovo paradigma della sostenibilità, ma soprattutto sull’articolazione tipologica intesa come interiorizzazione della complessità urbana nel corpo dell’edificio. Le chiavi di lettura proposte sembrano allora appartenere più a una strategia urbana che al progetto di singoli edifici: dal paesaggio alle icone, dalle soglie alle combinazioni volumetriche, e in questa declinazione urbana si cerca il legame con i precedenti storici del Team X.

Se una critica può essere fatta però è che in questa dicotomia tra singolarità degli edifici e ricerca di senso dell’urbanità, tra dimensione individuale e collettiva, tra ordine sociale e new wilderness, tra strada come parte di una rete di infrastrutture in cui gli abitanti sono in continuo spostamento e strada come luogo fisico di incontro, il testo oscilla senza prendere posizione. L’autrice lascia che tra le due parti del libro restino aperti vari interrogativi su dove quel “cospicuo patrimonio culturale del Team X” abbia effettivamente condotto con le sue ricerche e sulla spregiudicatezza, ai limiti del cinismo a volte, con cui parti di quella ricerca vengono oggi reinterpretate come grande catalogo di soluzioni tipologiche e formali. Insomma, leggendolo, mi piacerebbe vivere in Olanda, ma a volte no…