Recensioni / Quando l'autostrada non basta

Il libro tratta di due esperienze di urbanistica del paesaggio. Una riguarda la progettazione delle compensazioni ambientali dell'autostrada pedemontana lombarda e l'altra una ricerca-progettazione d'insieme degli spazi aperti e di quelli produttivi della provincia di Monza e della Brianza. Ciò che accomuna i due lavori e contribuisce a farne due esperienze originali è il rapporto stretto, ma non subordinato, con i committenti e la presenza dei progettisti-ricercatori, almeno come osservatori attenti, nei processi decisionali. Perciò nel libro troviamo intrecciati due punti di vista, uno narrativo che osserva i lavori e i decisori con un occhio esterno e uno più tecnico che studia il territorio e illustra i risultati del lavoro progettuale, valendosi di un ricco apparato grafico e iconografico. In apertura della prima parte Lanzani e Longo esaminano con occhio critico il rapporto tra la nuova autostrada e la fascia urbanizzata dell'alta pianura pedemontana lombarda. Attraverso la storia dell'opera e l'esame dei contesti attraversati, tale rapporto si rivela come frutto di una politica refrattaria alle indicazioni della più autorevole letteratura tecnica sull'argomento. Si tratta cioe di «un'autostrada senza territorio»: l'ottica trasportistica (l'autostrada come un 'tubo' o un by-pass della metropoli milanese), tende a ignorare i contesti ambientali, economici e sociali attraversati, gli insediamenti previsti, l'impatto sugli usi del suolo e non arriva neppure a vedere il rapporto con la rete infrastrutturale della mobilità ordinaria di tali contesti. Perciò ignora anche le esigenze di riorganizzazione e di manutenzione straordinaria di tale rete. Insomma un modo di spendere i soldi pubblici che appare più funzionale all'"economia dell'appalto" e delle rendite di attesa che non alle esigenze di chi vive e lavora negli spazi 'serviti' dalla grande opera. Per fare altrimenti occorrerebbe passare da un'urbanistica Iocalistica e negoziale a una pianificazione di area vasta fondata su scenari multidimensionali condivisi e su forme di progettualità integrata, mentre a livello regionale i Piani d'Area dovrebbero essere qualcosa di diverso da «una collezione di interventi infrastrutturali e immobiliari gettati con indifferenza sul territorio». lnfine a livello nazionale occorrerebbe superare la settorialità dei programmi, sottraendo così la politica delle infrastrutture al meccanismo collusivo che lega tra loro settore immobiliare, banche e pubblica amministrazione. Le note sono altrettanto dolenti se si esamina il rapporto tra il manufatto autostradale e il paesaggio. Qui «un rigido e banale progetto di ingegneria» rivela una vergognosa arretratezza rispetto ai migliori esempi europei: non solo manca una visione dell'autostrada e dei suoi svincoli come opera architettonica unitaria, qualificata e qualificante il paesaggio, ma neppure s'affaccia quella limitata del camouflage o della sparizione. Semplice arretratezza culturale? Anche, ma un pregio dell'analisi è di rifarsi ai processi da cui derivano le carenze rilevate e in particolare alle condizioni che sono mancate e che dovrebbero esserci per ottenere esiti migliori, cioè: una lettura del contesto finalizzata alla progettazione, la sua interdisciplinarità, la multiscalarità del progetto, il governo congiunto degli effetti indotti dai differenti attori. Questa diagnosi impietosa non deriva da un pessimismo preconcetto, ma da un'attenta analisi della situazione a cui sono dedicati gli approfondimenti dei capitoli successi. Pileri analizza con ricchezza di dati il tema del consumo di suolo e dell'erosione degli spazi aperti con il conseguente degrado dell'agricoltura a vantaggio di una crescita disordinata di villette e capannoni, il tutto legittimato dalla miopia interessata dei piani comunali. Pucci esamina i limiti della politica delle infrastrutture viarie in Lombardia in termini di funzionalità di rete, di interazioni collusive o conflittuali con il livello locale e di processi di urbanizzazione indotti, avanzando l'ipotesi della crisi odierna come opportunità per una razionalizzazione degli investimenti e uno stimolo al prelievo delle plusvalenze da essi generati. Infine Lanzani e Zanfi riprendono il discorso iniziale sul che fare con una lettura interpretativa della “conurbazione estesa" che una frammentazione multicentrica impedisce di essere città. Dopo aver così rincarato la dose del pessimismo, gli autori aprono finalmente uno spiraglio proponendo una diversa modalità di sviluppo per la conurbazione pedemontana, capaci farne «un ambiente di vita e di lavoro qualificato, integrato ma non dipendente da quello del polo centrale». Lo richiede l'aggravarsi delle criticità ambientali e delle diseconomie che colpiscono l'abitare non meno del produrre, fin a minacciare gli stessi valori
immobiliari in funzione dei quali la non-città è cresciuta. Crescono inoltre le attese in questo senso nella società e nella stessa economia. Sono tutte 'prese' attivabili cominciando ad intervenire «nelle nicchie e negli interstizi di politiche e di piani che sembrano prevalentemente operare in senso contrario».
La seconda parte del libro illustra un esempio concreto di questa strategia dei piccoli passi in controtendenza, che lega la progettazione delle opere di compensazione dell'autostrada con un'idea d'insieme a scala metropolitana basata su un diverso rapporto tra la grande infrastruttura, il territorio, l'ambiente e il paesaggio. Un primo capitolo scritto da Lanzani e Longo racconta come tale progettualità rimediale abbia potuto prender corpo in un contesto normativo vincolante e in un processo d'interazione con decisori-committenti che condividevano solo in parte le istanze portate avanti dai nostri progettisti. Viene così presentato nelle sue grandi linee e con opportune illustrazioni iconografiche e cartografiche (il disegno ha avuto un ruolo importante nell'interlocuzione con gli attori), il Masterplan per le opere di compensazione, attento alle condizioni di contesto non meno che a quelle processuali. La sua realizzazione si fonda su quattro principi generali: stretta relazione tra le fasi, di per sé indipendenti, di progettazione, sviluppo e gestione; approccio 'politecnico' di tipo orchestrale; ricerca e sperimentazione che integri saperi consolidati in forme nuove; ri-composizione e riqualificazione dei territori come tema strutturante. Si dice poi fino a che punto tali principi hanno potuto essere mantenuti nelle varie fasi del lavoro, fin al dettaglio del progetto definitivo e alla sua ingegnerizzazione, fase in cui si è dovuto rinunciare a quanto era estraneo agli obiettivi della committenza e non previsto dalle norme che regolano le compensazioni. l due capitoli seguenti approfondiscono i contenuti progettuali principali: la Greenway (Longo) e i progetti locali (Novak). La prima è un nastro di un centinaio di chilometri che si articola in nuovi tratti di pista ciclabile e percorsi vicinali sulla viabilità ordinaria, tutti inseriti paesaggisticamente ed ecologicamente nei vari contesti attraversati: urbani, nodali, agricoli e boschivi, con una progettazione attenta a tutti gli aspetti: dalle componenti vegetali alle pavimentazioni stradali, dai costi di realizzazione a quelli di manutenzione. Vengono poi illustrati due dei 45 progetti compensativi elaborati con gli attori locali in un disegno complessivo di riqualificazione paesaggistica, ecologica e di mobilità lenta a scala regionale. La storia di questo tipo di progettazione, con le sue tensioni, contraddizioni, effetti vari - alcuni virtuosi, altri inattesi a seconda di come essi sono stati accolti, sostenuti o meno dalle amministrazioni comunali, dagli attori privati e dalle associazioni locali - offre un materiale sperimentale importante non solo per progettare, ma prima ancora per capire i luoghi nel loro rapporto concreto con i soggetti.
L'ultima parte del libro riprende in parte i temi delle prime due, sempre con riferimento all'area pedemontana, ma con un rapporto più autonomo con i soggetti decisori, che si configura quasi come un'autocommessa di ricerca e progettazione che la Provincia di Monza ha poi contrattualizzato, riconoscendone la rilevanza pubblica. L'impostazione più libera e critica permette a questo lavoro di basarsi su una più vasta visione al futuro della provincia briantea, centrando l'attenzione sugli spazi aperti. Di questi, in un primo capitolo firmato da Lanzani e Novak, vengono individuate e descritte e raffigurate quattro “fenomenologie" rilevanti per la progettazione urbanistica e paesaggistica, basata su osservazione diretta sul terreno, ascolto e dialogo con i soggetti, ricorso a progetti e interventi in atto come leve attivabili per ottenere un disegno d'insieme che nessuno saprebbe delineare a priori. Lo si vede nelle esperienze illustrate nei due capitoli successivi e relativi approfondimenti: quello sulle radure della Brianza centrale, scritto da Zanfi e Gambino, articolato in 18 progetti, di cui cinque presentati in dettaglio, e quello d'impianto reticolare della "campagna urbana" vimercatese ad opera di Novak e Moro.
Gli ultimi capitoli del volume riguardano gli spazi produttivi pedemontani, sia agricoli che industriali. Dei primi Lanzani, Porro e Spigarolo esaminano l'evoluzione storica e si interrogano sul loro futuro. Individuano cinque direzioni possibili che si intrecciano con l'evoluzione della trama insediativa periurbana e che offrono perciò altrettanti materiali di progetto in cui diventa centrale il problema dei 'recinti' e quello connesso del trasferimento dei diritti eclificatori, oggetto di un approfondimento di Garda. Sugli spazi industriali intervengono Lanzani, Ali, Valtorta e Morello in tre diversi capitoli. La massiccia presenza di questi spazi li rende caratterizzanti e qualificanti, anche in termini estetici ed identitari e ciò pone un problema di riqualificazione di grande impegno, sia per la specificità dei contesti, sia perché oggi le imprese industriali non sono più quelle che hanno prodotto il vecchio paesaggio dei capannoni, anche se questo permane e richiede di essere riqualificato. L'esame di questa problematica si traduce in analisi puntuali e nelle linee di una strategia per la riorganizzazione degli spazi produttivi, particolarmente attenta alla riqualificazione energetica. l contenuti di questo libro mi paiono innovativi su diversi piani. Sul piano dei rapporti tra ricerca universitaria e committenza esterna dimostrano come una conoscenza critica efficace non possa esimersi dallo 'sporcarsi le mani'. Sul piano del metodo si registra un netto rifiuto dell'idea che una conoscenza esperta possa disegnare su commissione gli assetti e le forme al futuro di un territorio seguendo la sequenza lineare tipica del vecchio progetto di scala vasta. Disegno esplorativo, interlocuzione con gli attori a diverse scale, lavoro sul terreno, paesaggio inteso come co-produzione sociale sono tutti modi di vedere e di operare che si traducono in una visione processuale del progetto caratterizzata da circolarità e apertura. Sul piano concettuale tutto ciò inaugura un nuovo modo di vedere il territorio e il paesaggio: non semplici oggetti, prima di studio e poi di progetto, ma campi di sperimentazione che si conoscono a fondo solo lavorandoci dentro, dopo aver scoperto, interagendo con una pluralità di soggetti, i loro significati. Il tutto senza abdicare al proprio ruolo di esperti e ricorrendo agli strumenti che la scienza e la tecnica mettono a disposizione. Queste implicazioni teoriche, implicite nel metodo di lavoro, meriterebbero una più ampia ed esplicita trattazione, che mi auguro gli autori vorranno sviluppare in futuro.