Recensioni / Il canone della paura

Prendete, che so, Gadda, Montale e Calvino, tre “corone” indiscusse della nostra letteratura del ‘900,  sulle quali  cui vi è un consenso unanime sia della critica “vincente” e sia dell’accademia. Poi prendete un critico letterario  35enne, un outsider piuttosto agguerrito ed  estraneo all’università, Matteo Marchesini, il quale si prova a “decostruire” i tre monumenti con una efficace argomentazione  e con  piglio allegramente spavaldo. In essi individua un “Canone della Paura”, la coazione ad arroccarsi un una forma che protegga dall’esperienza quotidiana. Tanto che quando lo scintillante abito formale si smaglia ci troviamo davanti a “una insufficienza umana e di conseguenza estetica”: in Gadda affiorano goliardia e dannunzianesimo, in Montale il qualunquista scettico in pantofole, in Calvino un debole illuminismo e un furbo progressismo. Questo l’incipit di uno dei saggi più belli che compongono  Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet), che ridisegna la storia letteraria italiana  da fine ‘800 ad oggi, inserendo sempre la letteratura entro un contesto di  costume e mentalità diffusa (staccandosi da essa per capirla meglio). Nella premessa c’è un fondamentale attacco alla riduzione attuale della cultura a “culturalismo”, e cioè a una idea di cultura come strumento di intimidazione e ascesa sociale, di esclusione e ricatto, come ansia di aggiornamento ed enciclopedia, in definitiva  come snobismo di massa. E su questo la sinistra ha una responsabilità enorme: forse un fenomeno come il Movimento5stelle, con il suo primitivismo e la sua diffidenza per la cultura si origina proprio dal monopolio (spesso arrogante) della sinistra sui consumi culturali. Ma torniamo al libro. Impossibile rendere conto della ricchezza di interventi, polemiche  e ritratti: da D’Annunzio (stroncatura memorabile), Saba, Noventa, Moravia, Brancati, Caproni, Sciascia a Piergiorgio Bellocchio, Patrizia Cavalli, Elio Pecora, Paolo Febbraro, Anna Maria Carpi... Una  corposa raccolta di saggi che si impone d’ora in poi a qualsiasi riflessione critica sulla nostra tradizione moderna.
    Infine, un inciso più personale. Una volta Marchesini, per descrivere la mia febbrile attività intellettuale, mi ha definito, non senza ragioni, “critico ipercinetico”. Ma come definire lui che ha pubblicato  poesie, romanzi, saggi (letterari, civili e di storia dell’arte), satire e libri per ragazzi, e che scrive quasi un articolo al giorno? La mia ipotesi è che si impegni indefessamente  a scrutinare   la realtà, a chiosarla, raccontarla, metterla in versi, etc., perché è l’unico modo per fissarla e  tenerla in vita, per non precipitare in qualche buco nero dell’Essere.