Recensioni / Autobiografia dei granelli L'eterno e grigio ritorno di sua maestà la polvere dalla Bibbia a John Fante

Anche la polvere pretende il suo status. È spiacevole forse doverglielo accordare, ma non si può fare altrimenti. «Polvere siete, polvere ritornerete», tuona la Bibbia. E noi abbiamo un bel daffare a fabbricare aspirapolveri sempre più sofisticati nella speranza di eliminarla. La polvere agisce come in una famosa pubblicità: gettata fuori dalla finestra, bussa alla porta e reclama il suo posto. L'esempio è riportato da Fabio Coccetti, che ci introduce nei segreti di questa ineludibile compagna di vita con L'eminenza grigia. Autobiografia della polvere (Quodlibet, pp. 384, euro 25). La polvere è un po' come l'ombra, sebbene nessuno abbia mai trattato la seconda con sufficienza. Sarà colpa dell'anatema biblico o del suo ruolo di ambasciatrice del nulla, sta di fatto che la cinerea signora non piace a nessuno. Eppure ne ha fatta di strada, soprattutto dal 1850 a oggi. Con l'aumento della capacità di portare alla luce gli angoli bui, grazie a elettricità e fotografia, è diventata una protagonista. Da sgradevole scarto si è evoluta fino a guadagnarsi un posto nelle biblioteche. Gli intellettuali l'hanno trasformata in metafora e si è insinuata nei titoli di poemi e romanzi. Basti pensare a John Fante: Ask the dust («Chiedi alla polvere»). Ha fatto parlare di sé saggisti e filosofi, scomodato artisti. Più umilmente, possiamo ricordare espressioni come «polvere di stelle». Infine, il nichilismo del secolo breve l'ha assunta a simbolo dell'essenza ultima dell'umanità.
Gli esempi riportati le conferiscono un ruolo nell'arte moderna. L'autore ricorda Francis Bacon, Marcel Duchamp e Man Ray, e stabilisce la sua identità: «È qualcosa che il mondo si lascia dietro di sé, ma dal quale non riesce mai davvero a prendere le distanze (...), una coda che ritorna sempre davanti ai nostri occhi». Ed eccola quindi come «rimosso che riaffiora». L'ineluttabile
traccia di qualcosa di scomparso cui non possiamo più risalire, e poi mistero: la polvere non è tutta uguale. Altrimenti perché mai avrebbe i suoi maniacali collezionisti? Jean-Luc-Hennigin Beauté de la poussière scrive di «bellezza della polvere» e cita l'artista svizzera Chantal Comment, che raccoglie campioni di polveri nobili: dalla casa di De Pisis a Venezia al Taj Mahal in India. Per non dire dell'eccentrico tedesco Wolfgang Stocker, che su Internet chiede l'invio di polveri provenienti da edifici storici. È addirittura diventata snob: dona una patina di antichità a oggetti apprezzati dai nuovi ricchi, ansiosi di inventarsi un passato. E per chiudere chi, meglio di un grande poeta, potrebbe incarnarne il senso ultimo? Recita Salmo di Paul Celan: «Nessuno ci impasta di nuovo da terra e fango. Nessuno anima la nostra polvere. Nessuno». Dio non intende crearci un'altra volta. Quindi l'umanità si tiene ben stretta la sua scomoda coda di polvere. Alla quale, suo malgrado, tornerà.