Recensioni / Mosca-Petuškì. Poema ferroviario

A cavallo tra gli anni sessanta e settanta il regime sovietico ritrovava quella ferocia che, con la morte di Stalin e la politica distensiva di Chruščëv, pareva esaurita, anacronistica. Succedeva con Brežnev, volto cupo, sopracciglio folto, occhi tristi. In quella Russia austera un giovane Limonov cercava fama nei circoli intellettuali ma, a ogni tentativo, falliva. Non c’era spazio per uno come lui, la scena era occupata da un altro dissidente, letterato borderline, che rispondeva al nome di Venedikt Erofeev. Punk ante litteram, destinatario del culto sotterraneo innalzato da giovani sovietici alla ricerca della voce dell’insofferenza al regime e della rinuncia.
In quegli anni il Poema ferroviario di Erofeev circolava di nascosto, chiacchierato dabbasso e taciuto di sopra, e sintetizzava il contrasto di sentimenti nel popolo sovietico: da una parte l’ingenuo stupore, l’orgogliosa onestà d’animo, dall’altra l’annichilimento, il grado zero dell’arbitrio economico e sociale. Si legge: “Mi piace, che la gente del mio paese abbia degli occhi così vuoti e sporgenti. Questo mi ispira un sentimento di legittimo orgoglio... Ci si può immaginare che occhi ci sono là. Dove tutto si vende e tutto si compera; occhi ben nascosti, acquattati, occhi da predatore, spaventati... Svalutazione, disoccupazione, pauperismo... Guardano in tralice, con un tormento e una sofferenza incessanti, ecco che occhi ci sono nel mondo del guadagno...”.
Un viaggio in treno da Mosca a Petuški, offuscato dall’alcol, per un racconto grottesco e tragicomico, eppure miracolosamente lucido sullo stato d’animo di un popolo. Non un libro politico, né di reazione, ma di rassegnazione allo stato delle cose, in cui l’ubriacatura dilaga, l’alcol annacqua le pagine e stordisce. La nuova traduzione di Paolo Nori, poi, arricchisce il lessico di quello che era stato definito un libro intraducibile.