Recensioni / Gualtieri di San Lazzaro

Fra i tanti irregolari del secolo scorso che ancora attendono di essere sottratti all'insipienza universitaria vi è anche Giacomo Papa che si scelse un nome araldico, Gualtieri di San Lazzaro, morto a Parigi nel 1974 e nato a Catania nel 1904. Figlio di un maresciallo, si è sempre mosso senza molti sostegni fra ambiti e discipline dissimili tenendosi lontano dall'engagement e raffinandosi progressivamente fino a costruire un ponte fra l'Italia artistica e la Francia, che del resto considerava due province della stessa nazione. Spiantato frequentatore dei caffè letterari romani d'inizio '900 mangia anche solo un supplì o una cotoletta d'abbacchio al giorno, "di quelle col finto osso infilato dentro", ma poi sbarca il lunario tra mille lavoretti e una prima collaborazione col Messaggero per approdare nel 1924 a Parigi come inviato di un piccolo giornale su raccomandazione dell'impresario futurista Anton Giulio Bragaglia. Prende a frequentare Montmartre e subito incontra l'ex gallerista di Modigliani, Leopold Zborowsky,e comincia a intrecciare relazioni eterodosse fra letteratura, arte, giornalismo con un occhio al mercato in anni intensissimi ma sempre con una certa malinconia da intellettuale sradicato se Curzio Malaparte comincia a chiamarlo "il siciliano oscuro". Fonda e dirige una rivista cruciale, "XXe Siècle", dove pubblicano tutti i più grandi artisti delle avanguardie europee come Kandinsky, Picasso, Chagall, Mirò, Man Ray e altri con cui stringe amicizia e frequenta insieme a sua moglie, l'ebrea lituana Rasha Segal. Il suo talento non sfugge a Leo Longanesi che lo aveva chiama a collaborare a "Omnibus". Fra il 1943 e il 1949 torna in Italia, a Roma, dove in un appartamento in via Gregoriana dove offre ospitalità a Giorgio De Chirico per poi ritrovarsi "ospite in casa propria" e collabora al Tempo, pubblicando due libri bellissimi e introvabili, prima Parigi era morta (1947) poi Parigi era viva (1948). Quindi torna in Francia dove riparte da zero e contribuisce in modo decisivo a promuovere l'arte italiana , specie artisti fondamentali come Capogrossi e Fontana, e da dove comincia a spedire lettere pubblicate regolarmente su "Spazio" la più bella rivista europea di architettura dell'epoca diretta da Luigi Moretti. Nel 1951 resta vedovo, continua a frequentare gli italiani parigini, specie gli scrittori siciliani Ercole Patti e Beniamino Joppolo e pubblica altri studi notevolissimi su Modigliani, Marino Marini, Paul Klee e altri ancora. Continua a fare affari d'oro nella sua galleria in rue de Canettes, non lontano da Saint-Germain-des-Prés grazie a un uso sapiente della litografia d'artista che acclude a ogni numero della rivista e vende quadri persino a Vittorio De Sica, grazie alla comune amicizia con Zavattini: entrambi ritenevano infatti che letteratura e critica d'arte non fossero separabili e che la migliore critica d'arte la facessero i poeti come appunto lo scrittore emiliano, cui San Lazzaro appoggiò grandemente all'ampliamento della sua celebre collezione tascabile. Riesce persino a organizzare un incontro fra Picasso e De Sica, ma all'ultimo minuto il regista non se la sente e per scusarsi gli compra un quadro attraverso San Lazzaro. Si risposa con una scultrice polacca, e passeggia per i grand boulevard forte della sua eleganza inconfondibile perché etnea e quindi diversa da tutte. Invecchiando si stufa e chiude la galleria, poi vende la rivista a un americano ma ne mantiene la direzione. Ammalatosi, scrive un'autobiografia al dittafono in ospedale, Lettere non recapitate, rimasta inedita. Un anno dopo la morte il Musée de la Ville di Parigi gli dedica una grande mostra, mentre l'Italia gli dedica un oblio lungo quarant'anni, squarciato soltanto da questa prima monografia, appena uscita (sottotitolo: "Scritti e incontri di un editore d'arte a Parigi")