Recensioni / Libeskind: un libro per ogni fase

Daniel Libeskind nasce nel 1946 a Łódź, una città devastata dalla Seconda guerra mondiale. È figlio di due ebrei sopravvissuti all’Olocausto e, prima di trasferirsi a Tel Aviv, passa la propria infanzia in Polonia, dove coltiva la sua passione più grande: la musica. Nel 1960 ottiene, grazie al suo talento in quest’ambito, una borsa di studio per emigrare negli Stati Uniti. Ma a New York viene fulminato dall’amore per l’architettura e si iscrive alla Cooper Union, dove si laurea nel 1970. Si trasferisce quindi a Londra, ritorna negli Usa – dove insegna a Cranbrook –, poi in Giappone e a Milano, dove sta per quattro anni, sino a quando decide di lasciarla perché, dice, "è un posto dove è impossibile fare l’architetto”.
 La storia successiva è nota. Vince il concorso per il Museo Ebraico a Berlino, un capolavoro che lo lancia nel firmamento dello star system. Bissa il successo con la ricostruzione del World Trade Center, a seguito dell’abbattimento delle Twin Towers. Per ottenere quest’ultimo incarico, i concorrenti non lesinano colpi bassi ma alla fine la storia di ebreo immigrato a New York, commuove tutti e lo fa vincere: il nuovo grattacielo somiglierà alla Statua della Libertà, darà simbolicamente il benvenuto allo straniero e con la sua altezza ricorderà la data dell’indipendenza americana. Nel 2005 Libeskind scrive un libro, Breaking Ground, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe e accusare i colleghi, Peter Eisenman e Rafael Vinoly in testa, delle presunte malefatte per rubargli l’incarico più importante del secolo (in realtà gran parte dell’incarico gli verrà soffiato dallo studio SOM, che di fatto gli subentra, anche se si giocherà sull’ambiguità di chi sia l’effettivo progettista delle nuove torri). Con il tempo, Libeskind sembra perdere gran parte della sua capacità innovativa ed eversiva. Gli si rimproverano sciatteria e arbitrio formale e di strizzare l’occhio alla speculazione, come nel caso di un grattacielo realizzato a Varsavia, proprio nella sua Polonia, senza tener conto dei valori urbani.
Anche in Italia, dove Libeskind ritorna più spesso attratto da importanti incarichi quali il complesso di City Life a Milano, sono molti a fargli la guerra. E allora non resta che una mossa: pubblicare un nuovo libro. È uscito recentemente per i tipi di Quodlibet e si intitola La linea del fuoco. Scritti, disegni, macchine. È una raccolta di testi, alcuni dei quali inediti. La reazione davanti a quest’opera non può che essere duplice. Di fastidio davanti a tante affermazioni volutamente esoteriche, che si intuisce stiano lì a bella posta a giustificare una pratica professionale non sempre all’altezza di tanta fumosa riflessione teorica. Di piacere perché dagli scritti emergono nuove informazioni sul personaggio Libeskind. E anche se il libro non è all’altezza del pungente, acuto e spinoso Breaking Ground, è una lettura che chi è interessato alle cose architettoniche non può trascurare.