Recensioni / Sperimentare i paesaggi

II paradosso di Oscar Wilde «la natura imita l'arte» non è poi tanto paradossale. Una secolare tradizione di pittura paesaggistica ci avrebbe educati a saper guardare la natura, come sostiene anche lo stesso Ernst Gombrich. Ma le cose stanno davvero così? Filosofia del paesaggio di Paolo D'Angelo ci illumina sulla questione, replicando alle domande che sul tema sono state poste da vari filosofi come George Simmel, Rosario Assunto e dagli analitici angloamericani. Diversamente da quanto accade nelle lingue inglese e tedesca, dove le parole landscape e Landschaft rinviano a una «porzione di terra», in italiano e in francese paesaggio e paysage designano non un territorio reale, ma la sua rappresentazione pittorica secondo il genere paesaggistico. La stessa parola panorama deriva da una tecnica artistica: si trattava di una struttura circolare su cui erano rappresentazioni pittoriche di paesaggi, al cui centro si disponeva l'osservatore che avrebbe così fatto esperienza di una visione a 360 gradi.
Negli anni '70 del secolo scorso, col diffondersi del gusto wilderness tipico della natura e della cultura americana e, insieme, col nascere delle prime preoccupazioni per la sorte del nostro pianeta, la parola paesaggio, resasi ormai obsoleta, è stata via via soppiantata dal termine ambiente e dall'idea di habitat. L'estetica evoluzionistica, per esempio, interpreta il gradimento paesaggistico come un universale estetico frutto di eredità ancestrali sedimentatesi nelle centinaia di anni di ominizzazione: la cosiddetta Savanna Theory spiega che per homo sapiens cacciatore-raccoglitore si sarebbe sviluppata la preferenza per ambienti aperti come la savana, perché la presenza di acque e vegetazione è una garanzia di sopravvivenza.
Al di là dei possibili e talvolta utili riduzionismi, l'esperienza del paesaggio resta quella che è stata sempre: un'esperienza estetica, soggettiva ma anche intersoggettiva, che suscita emozioni e stimola la memoria e l'immaginazione. Non ci troviamo mai di fronte alla natura, ma sempre immersi in essa: nell'esperienza, comunque sinestetica, della contemplazione di un paesaggio, percepiamo uno spazio che non è geometrico bensì vissuto, che recale tracce del gusto di un'epoca storica. Oggi è l'arte cinematografica, La Land art ha abbandonato la reppresentazione a favore dell'esperienza e così gli artisti lasciano le sale dei musei per lanciarsi nello spazio esterno più di quanto non abbia fatto in passato la pittura, a raccontare il paesaggio.
Il cinema non rappresenta la natura in maniera distaccata, ma entra nel paesaggio, nell'esperienza che in esso vivono i personaggi e, per empatia, il pubblico in sala. Anche l'arte contemporanea, la Land art, ha abbandonato la rappresentazione a favore dell'esperienza del paesaggio: gli artisti lasciano le sale di museo per andare a incidere direttamente sulla natura il segno dell'arte, come nell'opera di Michael Heizer, Double negative, che consiste in due colossali trincee scavate nel terreno. Una poetica del colossale che «conserva la memoria di uno sforzo e di una fatica inimmaginabili», quella del contatto tra due esistenze vicine e lontane: la natura e l'uomo.