Recensioni / Trasformare i chiodi in funghi (con i treni)

Pronto? Salve, sono Malerba, uno scrittore italiano. Parlo con Marshall McLuhan? Scusi se la disturbo, so che è morto, anche io del resto. Come dice? Ah sì, ha ragione: Luigi, mi chiamo Luigi. Senta McLuhan, ho scritto una prosetta che s'intitola "Coltivare querce". Querce, sì, ha capito bene: le querce, gli alberi, esatto. No no, querce, senza la "i". Ci siamo? Ecco, bene, ora ascolti: in quella prosetta dico che «il coltivatore di querce deve essere paziente e adeguarsi ai tempi lunghi» perché le querce impiegano tantissimo tempo per diventare grandi e perciò se uno ha fretta è meglio che «coltivi i carciofi». Come? No no, carciofi, con la "c", senza "k". Tutto chiaro? Perfetto. Vede McLuhan… oh, volentieri, grazie, sei gentile. Dicevo: vedi Marsahll, ho pensato di disturbarti perché tu hai scritto "Il villaggio globale", che poi stringi stringi è il mondo di oggi, quello dove vivono quelli che sono ancora lì, nella loro rassicurante e mai rassicurata realtà, ma visto che nel villaggio globale tutto è veloce e accelerato, visto che tutto è frenetico e addirittura simultaneo, allora mi è venuta la curiosità di sapere che cosa ne pensi, tu, dei tempi lunghi.

Potrebbe suonare così un dialogo possibile e impossibile tra Malerba e McLuhan, con lo scrittore che spiega al sociologo il senso del suo libro "Consigli inutili" e riflette con lui sull'eresia di un simile titolo nell'era (elettrica prima ed elettronica poi) dell'utile a oltranza: app utili, informazioni utili, notizie utili, acquisti utili, utili idioti eccetera. Questo succulento volumetto malerbiano, fatto di testi brevissimi, offre in effetti una serie di indicazioni straordinariamente superlfue, e tanto originali e sorprendenti quanto spiazzanti e imprevedibili. Come evitare di schiacciare le formiche, come togliersi dalle scatole una lettera a cui non si ha nessuna voglia di rispondere, come trasformare la guerra comunemente detta in
una meno pericoiosa guerra omeopatica, come leggere velocemente un libro di cinquecento e rotte pagine, come tenere nel giusto conto la propria ombra, come mandare via dalla memoria ricordi poco piacevoli, come sconfiggere l'invidia altrui, come non confondere l'albero di Natale con l'uovo di Pasqua, come (e perché) fingere di essere vecchio, come adescare le formiche e come far prendere ai chiodi la forma dei funghi con la complicità dei treni. Il primo pensiero di fronte a questo libro stralunato e divertentissimo è che il punto di vista sulle cose è davvero tale se riesce a mostrare, per burla ma non solo per burla, come la giusta scansione del ritmo di una trovata – di un'idea – dipenda non tanto (non soltanto) dalla sua complessità o dalla sua originalità, ma dal modo in cui la si coglie, cioè dal modo in cui si impugna un pensiero. D'altra parte non è la biglia né la superficie a fare una traiettoria, ma il tocco. La riuscita della carambola dipende da un angoletto, da uno spicchietto minimissimo della sfera, che è quello dove la stecca va a battere: e per la legge di conservazione della quantità di moto, come le biglie inventano geometrie sul panno verde, così le parole descrivono nella pagina un arabesco che rivisita la realtà e che può anche darle (può anche volerle dare) un'altra voce.

Ma in realtà sono due le raccolte che formano "Consigli inutili": il titolo completo è infatti "Consigli inutili seguiti da Biografie immaginarie" (Quodlibet, pp. 145, 14 euro). Entrambe le raccolte sono state «preparate e ordinate da Malerba – informa il risvolto di copertina – nell'aprile 2008» (Malerba è morto il mese successivo). Dentro c'è un po' tutto quello che questo grande scrittore aveva a cuore. C'e il comico, c'è il paradosso, c'è la messa alla berlina del linguaggio attraverso se stesso (vedi "Far niente") e c'è anche (perciò) la dimostrazione – la prova provata – di come le parole possano significare altro rispetto a quello che, per prassi verbale consolidata a suon di pigrizia di pensiero, sembrerebbero significare (il fatto di "sembrare" accomuna sia le parole che la realtà?).

Le "Biografie inventate" si trovano nella seconda parte del volume, sono otto e sono sunti di vite redatti con la fantasia che canta a briglia sciolta. Ricorre, fra di esse, il tema della dimenticanza, da parte dei posteri, dei personaggi che ne sono protagonisti. Qualsiasi ricostruzione biografica – suggerisce Malerba anche quella in apparenza più rigorosa e scientifica, non può che essere una costruzione, non può che avvalersi di un dato narrativo, cioè finzionale, che può essere più o meno consistente. Il che indica, per estensione, come si possa oscillare dall'invenzione di sana pianta di una vita (del tutto falsa) all'invenzione di parti o momenti di una vita (non del tutto falsa). Questo dato finzionale invalida però più o meno profondamente, più o meno completamente, l'attendibilità di ogni ricostruzione e ne evidenzia la natura di surrogato, di rappresentazione convenzionale.

In Dürrenmatt si legge che un fatto, un semplice fatto, non può tornare perfettamente, che i conti non possono mai ridare in toto: figuriamoci allora se può tornare una vita, qualunque e comunque sia. Quindi: se non può tornare, perché dovrebbe tornare? Da qui si arriva a un monte di riflessioni possibili sullo scrivere. Il campo diventa ampio e tocca la truffa sia pure parziale e innocente e onesta – così come il compromesso e la falsificazione totale. In questo senso la scrittura sembra dire Malerba – è davvero una concubina capace di tutto: a patto, manco a dirlo, che si abbia la perizia per piegarla alle voglie della creatività non meno che alle perversioni (necessarie e felicissime) dell'affabulazione Nel bluff del racconto è l'illusione a rendere avvincente la partita: tutto dipende da come si mostrano le cose. Ma con le "Biografie inventate" a quale altra riflessione ci spinge Malerba? A questa. Se si è nati, se si è vissuti, dopo che si è morti (non sempre dopo) si perde ogni diritto di amministrare la verità su di sé, che peraltro, essendo inconoscibile, non si può amministrare nemmeno in vita. Se invece non si è mai nati, se invece non si è mai vissuti, se non si è mai esistiti in carne e ossa, se cioè si viene posti in essere come dicono i giuristi per i contratti, e il patto finzionale è un contratto – attraverso l'enunciato verbale di uno scrittore, se si esiste solo in quanto suo fantasma (romano?), in quanto suo personaggio, sua forma, ugualmente non si può amministrare alcuna verità su di sé. Prima di tutto perché non si ha un sé, se non altro per com'è comunemente inteso e ritenuto, e poi perché si è in balia delle visioni altrui. Perciò qual è secondo Malerba la morale della favola? Che può essere vero (verosimile) tutto e il contrario di tutto. Proprio come nella vita quotidiana, che inventiamo ogni giorno raccontandola a noi stessi e sforzandoci di raccontarla agli altri. E qui stop, perché sennò, tra crisi e conflitti, va a finire che entra in gioco Pirandello e poi non ci si capisce più niente. Non per colpa di Pirandello, ma perché è così che va avanti, per tutti, da quando è iniziata, da quando c'erano quei due e la mela: nessuno, alla fine, ci capisce niente.