Recensioni / Le inquietudini di Daniel Libeskind nelle pagine di un'antologia retrospettiva

Come tanti maestri della sua generazione, che "tanto hanno vissuto" e "tanto hanno visto", Libeskind ha raccolto, in un unico volume, i fogli sparsi di quarant'anni di esperienze. Invece di una frammentaria Opera omnia in più volumi (Peter Eisenman), invece di fascicoli riuniti per fasi (Renzo Piano), ne è uscito un compatto testo quasi universitario, a cura di Dario Gentili. Il progetto scientifico di far conoscere il pensiero del maestro, denominato Linea del fuoco, prende spunto da una nota evocativa in calce al primo schizzo del celebre Museo ebraico di Berlino, in riferimento all'origine dell'architettura narrata nei mito vitruviano.
La selezione attraversa varie fasi di un'intensa vita pubblica e privata, lasciando sullo sfondo i profili frastagliati di luoghi di esperienza: Lodz, Tel Aviv, Londra, Milano, Berlino, New York. Recuperando 20 scritti scelti, dal 1979 al 2014, l'Antologia intercetta elaborazioni concettuali diverse, quali i disegni di Micromegas (1979), le macchine di Anatomia della
melanconia
(1981), i dispositivi della rimozione in Chamber Works (1983), il lungo sodalizio con Aldo Rossi in Theatrum Mundi (1985). Dopo Sonnets in Babylon (2011), l'offerta di pensiero si conclude con quel lavorio sul senso dell'immagine, presentato alla Biennale Architettura 2014. Nel perfezionare le produzioni di un'attiva factory, si aggiunge, infine, la presenza del figlio Lev, responsabile dello studio di Milano.