Recensioni / Van der Laan: il monaco architetto che cercava di dare una misura al mondo (e vie alternative al moderno)

Il saggio intitolato Ordine e Proporzione. Dom Hans van der Laan e l’espressività dello Spazio Architettonico, pubblicato da Tiziana Proietti per i tipi della casa editrice Quodlibet, è il frutto di una ricerca condotta all’interno del corso di dottorato del Dipartimento di Architettura e Progetto della Sapienza di Roma.
La scelta di indagare il lavoro teorico di Hans van der Laan (1904-1991), architetto e monaco benedettino di origine olandese, si inquadra in un articolato campo di studi volti a ricostruire le vie alternative al moderno e alle sue derive. La parabola dell’architettura del Novecento viene infatti messa in crisi dalle coercizioni imposte dall’affermarsi del cosiddetto International Style che si identifica, sin dai primi anni ’30, come una visione pragmatica, ma riduttiva, degli ideali modernisti. A tal proposito il progettista spagnolo Josè Ignacio Linazasoro ha acutamente parlato del tentativo di cercare otras vias riferendosi al lavoro di architetti come Dimitris Pikionis, Sigurd Lewerentz e Van der Laan a cui potrebbero aggiungersi, con i dovuti distinguo, i nomi di Edvard Ravnikar, Bogdan Bogdanovic, Fernand Pouillon, Fernando Távora, Frits Peutz, Saverio Muratori e altri. Intrecci di originalità e tradizione caratterizzano il lavoro di questi architetti, in sospeso tra anacronismo e moderno. Si tratta di progetti per lo più sconosciuti al grande pubblico, ma che negli ultimi anni hanno destato l’interesse degli studiosi.
L’opera di Van der Laan, a differenza di quella degli altri nomi citati, è contraddistinta da una profonda rielaborazione intellettuale, elemento individuato come centrale anche nella dissertazione di Proietti. L’autrice del libro si sofferma a lungo sul valore monumentale rappresentato dalla teoria proporzionale elaborata da Van der Laan, delineandone il significato architettonico attraverso una disamina delle riflessioni contenute nei testi chiave della produzione del monaco olandese: Le Nombre Plastique [Il Numero Plastico] del 1960, Architectonische Ruimte [Lo spazio architettonico] del 1977, Het vormenspel der liturgie [Il gioco delle forme della liturgia] del 1985.
Il libro ripercorre i principi teorici nell’opera di Van der Laan, riservando invece l’ultimo capitolo alla produzione architettonica e alla specifica condizione del monaco architetto alle prese con la pratica professionale. Ne emerge un progettista che rassomiglia a un personaggio rinascimentale, capace di soffermarsi sui fondamenti dell’architettura e di guardare a Vitruvio facendone un saldo - e per certi versi unico - riferimento.
La ricerca di Van der Laan inquadra l’architettura e il suo processo creativo all’interno di regole molto precise, secondo cui ogni oggetto si presenta nello spazio attraverso un sistema di misure intelligibili. Tuttavia non vi è interesse nell’elaborare una logica compositiva basata unicamente su regole matematiche, al contrario è evidente l’attenzione nell’individuare i rapporti proporzionali fra le parti e lo spazio che esse definiscono. In altre parole i principi alla base del pensiero teorico di Van der Laan rappresentano un tentativo di dare un senso all’illimitatezza dimensionale della natura, immaginando il processo architettonico come una sorta di liturgia, caratterizzata da un inequivocabile scenario rituale. Un contrappunto architettonico alla regola benedettina dell’ora et labora oppure una reazione agli insegnamenti a carattere Beaux Arts ricevuti in gioventù presso la facoltà di architettura di Delft e ritenuti inadeguati?
L’architettura di Van der Laan non insegue la crisi intellettuale tipica delle avanguardie né tantomeno il passatismo storicista delle accademie, affondando le sue ragioni nei concetti primigeni di ordinatio e dispositio, elementi che nella visione di Van der Laan costituiscono le qualità materiali dell’architettura alimentando le necessità spirituali dell’uomo.
Dunque l’elaborazione della cosiddetta proporzione del «numero plastico» assume per Van der Laan il valore di approfondimento di questi principi, presentandosi come una critica ai sistemi modulari basati sulla sezione aurea. Il «numero plastico» non lega gli elementi solo sulla base di misure che delineano un’area, una superficie, bensì anche sulle dimensioni che ne determinano il volume. L’attenzione viene spostata dalla rappresentazione alla percezione dell’elemento, ovvero dello spazio che l’elemento delinea e/o delimita. Il risultato è una progressione aritmetica in cui le parti architettoniche sono determinate da grandezze successive, ciascuna più grande della precedente secondo il rapporto 1:25. Molte pagine sono dedicate all’illustrazione di questo sistema e dei procedimenti pratico-concettuali applicati da Van der Laan, presentando un dialogo introverso tra architetto e autrice che denuncia una totale immersione nel metodo del monaco. Per tale motivo il libro appare rivolto prevalentemente a un pubblico di esperti e forse avrebbe giovato alla fluidità della lettura qualche passaggio comparativo tra le teorie di Van der Laan e quelle di altri architetti del passato o a lui contemporanei.
Il forte rigore teorico, probabilmente influenzato da un carattere temprato dalle regole monacali, non deve però farci pensare che sia un pensiero nato in un isolamento al fine di compensare una scissione dalla pratica del costruire. Nonostante il processo possa apparire a tratti eccessivamente sofisticato, Van der Laan ha avuto modo di applicare le sue idee in diversi progetti che vengono concepiti con il preciso intento di dare forma alle sue teorie.
Sin dai primi incarichi professionali come l’ampliamento dell’abazia St. Paulusabdij a Oosterhout (1938) o la cappella ottagonale di St. Joseph a Helmond (1948), fino ai progetti per l’abazia di San Benedetto a Vaals (1956-86) o del convento di Roosenberg a Waasmunster (1972), Van der Laan ha modo di confrontarsi con le dinamiche della vita monacale e i temi dell’architettura sacra mettendo in pratica i principi qui brevemente descritti.
Proietti ha il merito di aver condotto un approfondito lavoro di interpretazione critica dei progetti, in particolare per quello dell’abazia di San Benedetto a Vaals che occupa Van der Laan per buona parte della sua vita. In maniera efficace, a tratti fin troppo zelante, viene mostrato come il «numero plastico» rappresenti un modo per mettere in relazione l’azione umana e il dato spaziale, concepito come sistema proporzionale. L’architettura stessa è dunque parte del testo teorico.
Alla fine della trattazione ci si rende conto di essere stati proiettati in un mondo molto distante da quello dei nostri giorni, come se ci fossimo imbattuti in un vecchio messaggio in bottiglia. Questa ricerca non è un semplice monito alle incerte manifestazioni della cultura della comunicazione, piuttosto è un atto di critica a quegli edifici incapaci di contenere e rappresentare una propria Weltanschauung.