Recensioni / Filosofie del paesaggio e dell'ambiente

I problemi dell'ambiente e l'ideologia ambientalista
Dopo il crollo delle grandi ideologie politiche che hanno innervato il Novecento e prodotto conflitti feroci nel corso dei quali ha rischiato di inabissarsi la stessa civiltà europea, non per questo sono scomparse le ideologie come visioni generali della società e profezie sul futuro. Le ideologie degli ultimi decenni hanno perduto il loro carattere marcatamente politico e si sono concentrate, piuttosto, su un diverso modo di concepire il rapporto fra uomo e natura oppure quello fra i sessi. Naturalmente le ideologie – in questo caso sto parlando di ambientalismo e femminismo – non nascono senza validi e concreti motivi: esse riflettono sempre, seppure in forma unilaterale e semplificata, problemi reali della vita sociale, mutamenti del costume o anche nuove scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche o nuovi sistemi produttivi che inducono a ripensare radicalmente il modo consueto di affrontare il rapporto fra l'uomo e l'ambiente nel quale deve svolgere e organizzare la propria vita di relazione. Se l'ambiente trasformato in ideologia totalizzante può anche apparire una fuga dalla concretezza dei problemi, questi ultimi tuttavia sono ben presenti e richiedono interventi puntuali che vanno spesso a toccare interessi potenti e consolidati. Se ai tempi delle prime rivoluzioni industriali nei differenti Paesi europei sono sorte ideologie che cercavano di chiudere la storia in un percorso posto a priori e con un esito dialetticamente necessario, non per questo le disagevoli condizioni di vita della classe operaia generata dal grande sviluppo dell'industria erano una semplice costruzione ideologica, così come non lo era l'inferiorità oggettiva della condizione femminile.
L'ideologia può, in molti casi, mistificare e distorcere, ma le battaglie che essa contribuisce a generare non sono mai vane ed astratte, perché nascono, invece, da situazioni in cui si sta producendo un crescente disagio per coloro che direttamente le vivono. L'ideologia, quando si diffonde, è un segnale d'allarme su qualcosa che è entrato in crisi, su squilibri sociali e naturali che si vanno accentuando e a cui occorre porre rimedio con adeguati interventi politici. L'Italia, Paese dallo sviluppo industriale fortemente ritardato rispetto a quello dei principali Paesi dell'Europa occidentale, soltanto a partire dai primi decenni del Novecento ha conosciuto una legislazione organica in materia paesaggistica e ambientale. Cominciò Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell'ultimo governo Giolitti, a presentare al Parlamento, il 25 settembre 1920, un disegno di legge «per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico» che concluse il suo iter l'11 giugno del 1922. Seguì la legge del 29 giugno 1939, nota come «legge Bottai», sulla «protezione delle bellezze naturali» con relativo regolamento di applicazione del 3 giugno 1940. Nel dopoguerra si deve aspettare la legge veramente innovativa dell'8 agosto 1985, nota come «legge Galasso», dal nome del sottosegretario ai Beni Culturali del governo Craxi che fermamente la volle e che parlava di «disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale». Infine, abbiamo avuto il Codice dei beni culturali e del paesaggio promulgato dal ministro Urbani nel 2004 (governo Berlusconi) e successivamente modificato nel 2008. Bisogna poi ricordare che l'art. 9 della Costituzione del 1948 afferma esplicitamente che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Ma, osserva polemicamente il filosofo Paolo D'Angelo nel suo libro Filosofia del paesaggio (Quodlibet, Macerata, 2014), «l'Italia Repubblicana ha atteso quarant'anni prima di legiferare organicamente in materia di paesaggio, e che questi quarant'anni sono stati proprio quelli che hanno visto il più grande saccheggio del nostro patrimonio paesistico e ambientale». L'art. 9, secondo D'Angelo, offre una «formulazione esattissima» della questione, «non solo perché pone il paesaggio sullo stesso piano dell'eredità artistico-culturale che ci hanno lasciato i secoli precedenti, ma perché ribadisce l'inscindibilità dell'uno e dell'altra. Visione assolutamente condivisibile, solo che siconsideri quanti monumenti architettonici e artistici risulterebbero irrimediabilmente compromessi se venissero alterati i contesti paesaggistici in cui si inseriscono, e che di essi fanno parte integrante: il caso sciagurato della valle dei Templi agrigentina valga come unico, gravissimo esempio».

 

Estetica del paesaggio o estetica dell'ambiente?
Nel suo libro, D'Angelo dichiara apertamente la natura tutta filosofica del suo approccio ai problemi del paesaggio: il suo è un punto di vista estetico che deve fare i conti con la tendenza odierna a considerare non solo l'ambiente ma anche il paesaggio dalla prospettiva delle scienze cognitive. In realtà molte discipline si occupano oggi dell'ambiente e del paesaggio, dalla geografia all'economia, all'architettura, per non parlare della fisica, della chimica e della biologia. E, tuttavia, questo convergere di discipline diverse sul tema non cancella l'esigenza di una definizione estetica del paesaggio e anche della sua distinzione dall'ambiente, seppure non manchi, nell'ambito della filosofia anglosassone di matrice analitica, l'esplicita teorizzazione anche di un estetica ambientale. La modernità – osserva il filosofo romano, docente di Estetica nella Terza Università della capitale – «è stata segnata dal predominio dell'artificiale sul naturale, dalla temporalità intesa come progresso», dal rifiuto insomma della dimensione paesaggistica in favore di quella ambientale ritenuta più scientifica; la postmodernità tende invece a «riabilitare il paesaggio, elaborando una nuova visione dello spazio e rifiutando come semplicistica l'opposizione fra artificio e natura». Il filosofo sottolinea l'inevitabile storicità della nozione di paesaggio, che implica necessariamente la sua dipendenza da una elaborazione teorica, diversa nelle differenti civiltà e culture. Insomma, «per vedere un paesaggio c'è bisogno di qualcosa di più di un occhio che lo scorga: ci vuole una riflessione che lo costituisca nella sua diversità dal mero dato sensibile: una teoria, appunto». Ogni paesaggio, al di là dei dati scientifici raccolti su di esso, rimanda a un'estetica, a uno sguardo soggettivo storicamente e individualmente mutevole, di cui è necessario chiarire la natura con gli strumenti della riflessione filosofica. In realtà, il concetto di paesaggio si presenta spesso come «punto di contatto tra scienze della natura e scienze umane» ed esige un dialogo non facile tra approcci che si pretendono oggettivi, scientifici e valutazioni, quelle più propriamente estetiche, che non possono non essere fondate sulla soggettività. Il filosofo dell'estetica, pur senza equiparare il paesaggio a un'opera d'arte, «intende sottolineare che nella percezione di un paesaggio noi compiamo un'esperienza di natura diversa da quella conoscitiva o puramente sensoriale, un'esperienza che organizza quel che vediamo sulla base di componenti immaginative, emotive, memoriali, identificative, rivelandosi attraverso una soddisfazione che mette capo al riconoscimento del valore (o, simmetricamente, di un disvalore) di ciò che vediamo». Ma si potrebbe anche aggiungere che la stessa esperienza estetica è un'esperienza intrinsecamente conoscitiva, se non si identifica la conoscenza esclusivamente con le procedure quantitative delle scienze sperimentali e si ritiene che ci siano altri modi per mettersi in contatto con quel mondo naturale che non ci è qualitativamente estraneo, perché appartiene alla struttura stessa della nostra umanità ed è l'indispensabile supporto di tutte le nostre operazioni spirituali.

È significativa la polemica che D'Angelo conduce nei confronti dello studioso canadese Allen Carlson che appartiene al filone dell'estetica analitica angloamericana e che ha dato l'avvio a rinnovate ricerche sull'estetica della natura. Secondo Carlson bisogna esperire la natura come ambiente e non come paesaggio: un ambiente non si conosce con le stesse categorie con le quali giudichiamo un'opera d'arte o un paesaggio inteso come opera d'arte: per giudicare l'ambiente naturale le categorie appropriate sono quelle che ci fornisce la scienza, biologica e geologica, compresa la teoria evoluzionista che ci permette di trovare un ordine nella flora e nella fauna naturali, evitando così di percepire la biosfera come un caos indistinto. Per Carlson il paesaggio è un concetto equivoco, «una mera proiezione pittorica sulla natura», ma il limite del suo naturalismo estetico ispirato a una concezione meramente scientista della natura sta nel fatto che egli esclude dal suo orizzonte «tutti quei casi in cui la natura è stata modificata, plasmata, conformata dal lavoro umano, e tutti gli inserimenti di vestigia umane nella natura».

In realtà – sostiene ancora D'Angelo – «la natura non diventa paesaggio se non viene letta attraverso dei presupposti culturali più ampi di quelli delle scienze naturali. Insomma: se si guarda alla natura soltanto con gli strumenti delle scienze naturali non si ottiene un paesaggio ma – in questo caso l'uso terminologico di Carlson è onestamente rivelatore – un ambiente».

Fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta – afferma ancora lo studioso romano – ci fu una «sostanziale riduzione del paesaggio all'ambiente». Questo termine si diffuse sempre più largamente fino al punto di cancellare quasi quello tradizionale di paesaggio. Divennero prevalenti le preoccupazioni per l'equilibrio ambientale e per i rischi di inquinamento, mentre il discorso sul paesaggio veniva giudicato una deformazione estetizzante di ben altri problemi. Il libro del filosofo italiano Rosario Assunto, Il paesaggio e l'estetica (Giannini, Napoli, 1973) sembrava «un pesce fuor d'acqua», mentre i libri sull'esperienza estetica della natura si riferivano all'environmental aesthetics o anche a una più 'scientifica' estetica ecologica. Quando nel 1975 venne istituito in Italia il ministero per i Beni Culturali (il primo titolare fu Giovanni Spadolini, che ne curò attentamente l'organizzazione), a culturali si preferì aggiungere l'aggettivo ambientali,
mentre il Comitato di settore che si occupava del paesaggio prese il nome di Comitato di settore per i beni ambientali e architettonici, e gli organi periferici del Ministero, quelle che oggi sono le Soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici, si chiamarono per i beni ambientali e architettonici. Anche un'associazione di diritto privato che aveva come modello il National Trust per la difesa delle bellezze d`Inghilterra, volle chiamarsi Fondo Ambiente Italiano, FAI.

Oggi – sottolinea D'Angelo – la parola paesaggio non è più una parola tabù e «non accade più che un libro contro le manomissioni e l'imbruttimento del paesaggio debba dissimularsi sotto il titolo La lunga guerra per l'ambiente, come accadde nel 1979 al libro della fondatrice di Italia Nostra, Elena Croce». La distinzione fra paesaggio e ambiente risulta ormai meglio definita e si è consapevoli che il paesaggio è sempre una relazione tra «un soggetto che percepisce, sente ed immagina e un oggetto; l'ambiente è un concetto fisico-biologico». La filosofia contemporanea, nella sua svolta naturalistica in materia di paesaggio, tende a collegare sempre più non solo l'etica ma anche l'estetica con la teoria dell'evoluzione e, anche nel caso del paesaggio, a vedere un rapporto di dipendenza delle nostre propensioni estetiche da eredità ancestrali legate al graduale passaggio da una condizione animale a quella propriamente umana. Si cerca, insomma, di «fissare delle invarianti biologiche o etologiche nelle nostre preferenze paesaggistiche, e di stabilire così degli universali estetici della nostra percezione del paesaggio, ossia alcuni tratti che sarebbero propri dell'homo sapiens sapiens e quindi potenzialmente identici in tutte le culture e in tutte le epoche storiche». D'Angelo insiste invece, a ragione, sulla natura prevalentemente culturale del paesaggio italiano ed europeo, tutto «intriso e come intessuto di memorie storiche, letterarie, artistiche». Si tratta di «un paesaggio nel quale i dati naturali, la conformazione fisica, l'idrografia, la flora entrano continuamente in rapporto con l'opera dell'uomo, e così si caricano di significati. L'azione dell'uomo ha inciso in profondità, attraverso i millenni, ben poco lasciando nella sua conformazione originaria». Il merito di Rosario Assunto, nel libro già citato, è stato proprio quello di chiarire la trasformazione della natura in cultura, senza però che la natura addomesticata dall'opera dell'uomo cessasse dal far sentire la sua presenza e la sua potenza. Qui si apre, sempre su suggerimento di Assunto, un nuovo discorso sull'estetica del paesaggio, in cui la considerazione storica lascia il passo alla prefigurazione utopica di un paesaggio che si solidifica attraverso la costruzione del giardino, una specie di luogo edenico che si pone come simbolo di una società che ha risolto le sue contraddizioni in una compiuta armonia, in una
relazione, come dice Assunto, «paritetica e armoniosa dell'uomo con la natura». Naturalmente ogni civiltà elabora poi una sua particolare idea di armonia destinata a riflettersi nella diversa configurazione dei giardini, dall'hortus conclusus medievale al giardino in villa del Rinascimento italiano, al parco manierista, al giardino alla francese, al landscape garden inglese. Ma se i paesaggi e, in particolare, i paesaggi-giardino sono sempre storici, cade l'ipotesi di «un universale estetico presente in noi per condizionamenti evoluzionistici» e dobbiamo invece ritenere che «il piacere del paesaggio e la nozione di paesaggio siano legati solo ad alcune epoche e ad alcune culture, e siano sconosciuti ad altre». Il giardino diventa la meta ideale del paesaggio, la configurazione estetica a cui il paesaggio deve tendere superando i limiti che l'ambiente naturale gli pone. Il fascino del giardino rischia perciò di diventare il fascino perenne dell'utopia che nega la stessa storicità che l'ha generata per chiudersi in un sogno che può avere i caratteri del mito, quelli di un paradiso terrestre da proiettare nella realtà mondana per rimuoverne le contraddizioni e le asprezze. […]