Recensioni / L'Italia eterna ed eclissata di Stuparich

Era il mese della Madonna e delle rose. E allora le donne gettavan rose dai balconi. Le gettavano madri, sorelle, mogli, figlie e sconosciute ai primi fanti diretti alle stazioni. E quei fanti italiani forse vedevano in quelle sconosciute generose la ben conosciuta madre di tutti loro, la Madonna fra le rose. Era il maggio di cent'anni fa, del 1915, e l'Italia si tuffava nel primo conflitto mondiale.
Anche Giani Stuparich partiva, il 2 di giugno, da Roma, sotto la benevola pioggia di rose. La meta era il Carso con le sue trincee sanguinose. Abbiamo un prezioso documento di quei giorni nel suo diario appena ripubblicato da Quodlibet: Guerra del '15.  Va letto perché è una preziosa dichiarazione d'amore all'Italia eterna, Italia vaga e mai pienamente manifestata, che pochi riuscirono a percepire ed incontrare grazie alla letteratura. Stuparich, triestino, avrebbe dovuto combattere fra le fila dell'esercito absburgico, ma innamorato dell'Italia incontrata nei libri e per le strade di Firenze, bella come la Beatrice incontrata da Dante, bella come la Madonna e come una rosa, si arruolò volontario per combattere sotto il Tricolore. Oltre al dono di sano patriottismo, che è altra cosa dall'insano nazionalismo, il diario di Stuparich può però farne un altro, soprattutto ai giovani lettori che mai son stati sotto pioggia di rose. Permette infatti di misurare la distanza fra la precarietà, l'entusiasmo, il dolore, il coraggio di quei giorni e il nostro presente eccitato e disperato.
Chiuso il volume, viene da augurare l'esperienza di una guerra alla gioventù vista oggi per strada, con cuffie sempre nelle orecchie e polpastrelli su schermi portatili. Non sia detto ciò per mancanza d'amore  nei confronti dei giovani, tutt'altro. Non sia detto nemmeno per mettersi nella posa del guerrafondaio che vuole tutti armati ma solo gli altri in partenza. Chiariamoci: la Prima guerra mondiale fu una sciagura, una strage non inutile come la definì Benedetto XV ma utilissima a chi seppe approfittare della prima fase della suicida guerra civile europea. Ne conseguirono solo disastri: esperimento socialista e concentrazionario in Russia, velleità imperiali a Roma, fantasie necrotiche e sataniche al potere nella Germania che ben altro aveva da dare a quest'epoca di civiltà, egemonia planetaria dell'apparato finanziario e militare a stelle e strisce. Di peggio non si poteva fare ai tempi, ma di peggio si potrebbe fare oggi. Che ne sapeva, però, del fosco futuro Stuparich sotto le rose? Che ne sapevano i primi fanti che udivano il mormorio del Piave? Gonfiati fino a levitare dalla retorica dannunziana nel maggio radioso, dalla necessità d'igiene futurista, dalla missione ancora risorgimentale, dunque altamente morale, suggerita da Prezzolini e dai vociani, di portare a termine l'unità patria, nulla potevano immaginare dei disastri a venire. Oggi qualunque quindicenne può elencare, saputo e ragionevole, i rischi nucleari di una  guerra. Siamo tutti pacifisti, per carità, per grazia ricevuta di esser nati e cresciuti in tempo e in zona di pace.
Ma allora sia detto con irresponsabilità, con leggerezza, con entusiasmo ben differente dall'eccitazione, che una guerricciola potrebbe fare non troppo male a quest'Italia decadente che non si ama più, a questi giovani  che sanno tutto e niente, a queste donne che non gettano più rose.
Ci farebbe forse bene, bene all'anima, la preoccupazione di uscir vivi da un assalto invece di quella del pagare l'Imu. E ci farebbe bene capire la  differenza fra l'amarezza del doversi liberare dei cari libri che fan pesar troppo lo zaino in marcia (Stuparich lo fece a malincuore) e quella del non riuscire a ricaricare le batterie dell'iPad mentre si torna a casa in treno.     In trincea, tra l'altro, non c'è campo, niente connessione. Non è possibile  fotografare e condividere sui social network la foto del compagno morto con la bocca digrignata volta al plenilunio. E tutti allora “con la paura  negli orecchi”, come ricorda il volontario triestino in mezzo ai bombardamenti, e non con musica robotica per esseri umani ridottisi robotici.
Ecco, sarebbe una grazia poter passare solo cinque minuti dentro una trincea con un compagno morto accanto o con Stuparich più vivo dei nostri scrittori contemporanei intenti a vincere il Premio Strega. Simile esperienza ci permetterebbe di apprezzar di più la pace e il benessere precari come le foglie d'autunno. Ci permetterebbe di vedere, fra i fumi di guerre non dichiarate, la pioggia di rose che ci manda la Madonna.