Recensioni / Scritti e disegni di Libeskind

L'architettura di Daniel Libeskínd è un disastro. O più precisamente, parafrasando le parole di Aldo Rossi, una sorta di disastro formale prodotto da un intreccio di elementi mentali, matematici e speculativi, che ormai è diventato la cifra stilistica inconfondibile dell'architetto polacco. Tutti riconoscono gli spigoli appuntiti e le contorsioni a zig-zag dei suoi edifici, oggi richiesti a ogni latitudine e per ogni scopo. L'antologia pubblicata da Quodlibet, nella quale sono radunati scritti e disegni composti dalla fine degli anni Settanta, permette di analizzare con maggiore profondità l'origine e la sostanza di questo tormentato universo geometrico.
Figlio di due sopravvissuti al grande disastro (l'Olocausto), Libeskind ha infatti sviluppato fin da giovane un proprio pensiero sul rapporto tra ordine e disordine, dimostrando una decisa avversione per qualsiasi utopia basata sul dominio della razionalità e della tecnologia. In Simbolo e interpretazione, del 1981, Libeskind mette ad esempio in relazione (pensando a Foucault) l'educazione architettonica e l'ordine della società, constatando alcuni pregiudizi morali di notevole influenza per entrambe le parti. «Nelle scuole di architettura si suole insegnare che alcune strutture e modelli sono naturali, appropriati e ben regolati [...] mentre altri, in particolare quelli che contengono un elemento di fantasia, un diverso modo di procedere della ragione o che sembrano non fornire un sistema di produzione, sono inaccettabili e innaturali.» Di questa seconda categoria fanno parte i sogni architettonici riprodotti nel libro, raffiguranti disastrosi paesaggi geometrici in cui una griglia di muri ordinati e regolari è sconquassata da raffiche di materiale fluttuante, simile a uno sciame di frammenti metallici fatti danzare conuna potente calamita. «Disordine e arbitrarietà spiega Libeskind citando Kierkegaard e Dostoevskij disvelano secondo uno strano paradosso la loro logica propria: una struttura che, come unaverità segreta e inaccessibile, è stata prefigurata nelle seducenti profondità del caos.»
È seguendo queste intricate scritture grafiche, volutamente lontane dalla "utilità" del disegno tecnico, che si arriva al Museo ebraico di Berlino, ai progetti per Alexanderplatz, per l'area del lager di Sachsenhausen, per il Museo di storia militare di Dresda, per Ground Zero a New York. Tuttiprogetti in cui il terna del disastro e della risposta ad esso è stato se non centrale quantomeno latente. Gli scritti di Libeskind, a cui si aggiungono varie interviste, chiariscono quindi la cabala riferimenti che stanno dietro a linee di inchiostro, di cemento e persino di fuoco, come suggerisce il titolo dell'antologia richiamando un suo vecchio progetto, Line of Fire, installazione fatta a Ginevra nel1988, sarà la matrice su cui si depositeranno la stella gialla dei deportati, l'apocalisse urbana della Strada a senso unico di Walter Benjamin e la musica di Arnold Schemberg, creando la struttura semantica del Museo berlinese. Non stupisce allora che le opere migliori di Libeskind siano quelle in cui al disordine corrisponde un racconto, un palinsesto, una narrazione: quegli edifici in cui il disordine parla di altro e non
solo di sé.
L'appendice è dedicata alla non scontata liaison tra Libeskind e Aldo Rossi sviluppatasi tra la Cranbrook Academy, nel Michigan, e Milano, dove il primo ha abitato a lungo con due testi incrociati
nei quali ognuno racconta se stesso attraverso l'analisi dell'altro. Rossi parla dell'ossessione grafica del collega, «che indubbiamente colpisce, lo riporta ad un'arte del disegno che si muove tra Guarini e Giacometti», trovandoci dentro temi a lui cari come l'analogia e la memoria. Libeskind legge invece a modo suo il Teatro del Mondo, «un'architettura con radici nella storia e rispondenze che sono tanto inattese quanto automatiche». Prova tangibile di questo rapporto furono le "macchine" costruite da Libeskind per la Biennale di Venezia del 1985 su invito di Rossi, di cui sono pubblicate le fotografie. La reading machine, ad esempio, che sembra un mulino ma al posto dell'acqua fa girare libri aperti; una macchina per ricordare e una per scrivere. Dedicate a Petrarca, Erasmo e Voltaire, affermavano che l'architettura è un testo vivo, e come tale va trattata.