Recensioni / Una traccia per la Storia

Saggi. «Diario e narrazione» di Fabrizio Scrivano per Quodlibet, invita a ripensare la scrittura intima come una finzione per una identità collettiva

Il dia­rio lascia tracce e que­ste pon­gono un pro­blema di realtà. Lo pon­gono a mag­gior ragione all’interno di quei dispo­si­tivi che, stac­cando dalla pagina un oggetto scritto, lo con­se­gnano a un pub­blico poten­ziale, in vista di una pos­si­bile let­tura.

In que­sto senso, var­rebbe per il dia­rio ciò che per una clas­sica sen­tenza latina vale per ogni scrit­tura che abbia al pro­prio cen­tro un’epica del sé che si indirizzi a un altro da sé: scri­vere — in que­sta chiave – è un primo passo per publi­care cor­pus. Per quanto intima possa essere, per quanto segreta, la pra­tica del dia­rio ha il pro­prio esito in l’esporsi che – diceva Pli­nio — e anche un po’ pro­sti­tuirsi. Biso­gna pie­garsi, impe­gnarsi, con­cen­trarsi, impu­gnare una penna o bat­tere su una tastiera, rica­vare uno spa­zio nel pro­prio tempo per dedi­carsi a un dia­rio. Die­tro il dia­rio, c’è un corpo, pro­prio per­ché den­tro ogni scrit­tura c’è un corpo. Un corpo che, sep­pur decli­nato in prima per­sona, e per quanto possa appa­rire para­dos­sale, nel suo Dia­rio e nar­ra­zione (Quod­li­bet, pp. 164, euro 18) Fabri­zio Scri­vano invita a con­si­de­rare come «pro­dotto che non riguarda solo il sin­golo indi­vi­duo», ma una pra­tica del col­let­tivo, indi­pen­den­temente dalla con­sa­pe­vo­lezza per­so­nale dello scrivente.

Esi­stono scrit­tori – osser­vava Roland Bar­thes – e esi­stono scri­venti. Ma nel dia­rio i due estremi si toc­cano. Come è acca­duto, allora, che una pra­tica di scrit­tura libera da pre­giu­di­ziali di forma come il dia­rio, rite­nuta di domi­nio degli scri­venti, sia riu­scita a tran­si­tare e per­ma­nere nello spa­zio let­te­ra­rio degli scrit­tori è il tema cru­ciale del lavoro di Scrivano.

Va detto che una lunga tra­di­zione ha con­fi­nato nel dia­rio il para­dosso della scrit­tura senz’altro scopo che non fosse quello, appunto, del lasciar tracce di sé, fis­sando e cri­stal­liz­zando fram­menti di memo­ria. In que­sto senso, non manca mai chi legge l’epica del par­lar di sé viene decli­nata in forma solip­sistica, tanto da finire, nella mag­gior parte dei casi, in bauli o cas­setti da cui solo nipoti e pro­ni­poti avreb­bero avuto inte­resse a ripu­lire la pol­vere. Cele­bre la defi­ni­zione che ne diede Wal­ter Scott. «Che cosa è un dia­rio?», si chie­deva l’autore di Iva­n­hoe. È «un docu­mento utile per la per­sona che lo tiene. Sordo al con­tem­po­ra­neo che lo legge e pre­zioso per lo stu­dente che secoli dopo lo trova come un tesoro».

Il pro­blema di realtà rap­pre­sen­tato dal dia­rio si com­plica quando di mezzo c’è qual­cuno che non tra­scrive «sem­pli­ce­mente» delle tracce, ma le inscrive nel vivo di quella che, con una certa appros­si­ma­zione, potremmo chia­mare una fin­zione dia­ri­stica. In due luo­ghi spe­ci­fici de L’espace lit­té­raire (1955) e Le livre à venir (1959), Mau­rice Blan­chot non esi­tava a con­trap­porre dia­rio e opera, soprat­tutto se a tenerlo è un «autore». In «Recours au jour­nal», pub­bli­cato nell’Espace lit­té­raire, Blan­chot rimar­cherà la per­si­stente pre­senza dell’io, della prima per­sona nel dia­rio. Anche in un romanzo ci può essere «io», ma è (rectius: sarebbe) comun­que un io messo in scena da un movi­mento di «neutra­liz­za­zione» dell’esperienza intima, che ne estrae quanto di uni­ver­sale può rac­chiu­dere. Molti autori subi­scono il con­trac­colpo dell’opera, della «potenza neu­tra, senza forma e senza destino che è die­tro tutto ciò che si scrive»: pro­prio per que­sto cedono alla ste­sura di un dia­rio. Nel campo del diario, in que­sta pro­spet­tiva – giu­sta­mente pro­ble­ma­tiz­zata da Scri­vano – «autore» sarebbe pro­pria­mente e para­dos­sal­mente un non-autore: qual­cuno che cerca un radi­ca­mento con­tro la potenza neu­tra che lo sovrasta.

A essere messa in que­stione dalla rilet­tura di Scri­vano è pro­prio l’idea di Blanchot che, attra­verso la pra­tica del dia­rio, ognuno possa riav­vi­ci­narsi attraverso la scrit­tura a un destino per­so­nale inteso come pro­ce­di­mento inverso rispetto a quello che con­duce alla ste­sura di un’opera. L’io dia­ri­stico, per Blan­chot, si con­trap­pone a ogni «io» let­te­ra­rio: si muove in uno spa­zio per­so­nale, non in un campo imper­so­nale. Nel Livre à venir, in un capi­tolo dedicato a «Le jour­nal intime et le récit» Blan­chot ritorna sulla que­stione, stabi­lendo delle oppo­si­zioni ele­men­tari. C’è un’opera e nella vita let­te­ra­ria quest’opera dà vita a un essere neu­tro. In oppo­si­zione, c’è l’uomo qua­lun­que, l’uomo comune, l’uomo della vita quo­ti­diana: è in que­sta vita quo­ti­diana che si inscrive la pra­tica dia­ri­stica del sé. Ma per Scri­vano la que­stione è giu­sta­mente più com­plessa per­ché die­tro quell’«io», come die­tro il corpo che scrive di un’esperienza, c’è una dimen­sione col­let­tiva dell’identità e delle espe­rienze che tra­va­lica i con­fini della per­so­na­lità e ripro­pone la que­stione in senso col­let­tivo. Pro­prio per que­sto, scrive acu­ta­mente l’autore, in un mondo in cui «il dia­rio ha preso il volo», quella di Blan­chot «è una posi­zione che non sem­bra più suf­ficiente a spie­gare, anzi rischia di distor­cere, le dina­mi­che che por­tano feli­cemente la scrit­tura di casa in casa e di coscienza in coscienza, tra­mite una cir­co­la­zione densa tra autore e let­tore, tra scri­venti e scrit­tori che rende i sé condivisibili».