Recensioni / L'architetto con la motosega

Ha disegnato il Padiglione Zero di Expo (e altri due, per la verità). Ha progettato un'icona del '900 come la lampada Tolomeo, gli interni di decine di grandi aziende italiane e straniere.
Eppure, giura che «ha capito molte cose» creando alcuni dei suoi «oggetti» con la motosega. Michele De Lucchi passeggia sulla terrazza naturale di Villa La Sfacciata, prima di incontrare un centinaio di colleghi per l'incontro organizzato dall'Osservatorio sull'architettura/Fondazione Targetti con l'Ordine degli architetti. De Lucchi è «nato» a Firenze, allievo di Adolfo Natalini. «Ho vissuto tutta la stagione degli architetti "radicali": come direbbe Natalini, alla toscana, un'epoca "mondiale"!». E, come scrive nel libro I miei orribili e meravigliosi clienti (Quodlibet, una sorta di libro per bambini che ti apre invece con cultura e personalità all'architettura), qui «tra i monumenti antichi e l'architettura radicale, ho incontrato un cliente importante, il Signor Spirito del Tempo». La prima tappa fiorentina, ieri, infatti è stata il nuovo museo dell'Opera del Duomo. «Non mi aspettavo un museo così bello, così curato, così vitale in questo momento in Italia», esordisce. Perché in questo momento? «Perché, quali sono gli altri musei di questo livello nel nostro Paese? Mi viene in mente il Mudec di Milano, che ha però aperto tra le polemiche». Niente radicalità, però: «II museo dell'Opera del Duomo è un museo contemplativo». Una definizione che ha coniato quando ha progettato il museo Neues: «Da una parte ci sono i musei che si
fanno per "sapere", quello di Berlino, museo egizio, non può che essere contemplativo, dove guardi, ammiri e ti lasci trasportare dall'arte».
Dal passato al presente: ora che si è concluso l'Expo, tutte le aspettative che aveva rispetto al suo intervento, sono state raggiunte: «Io ho disegnato tre padiglioni, di cui uno fuori dall'Expo spiega il risultato è più che soddisfacente. Il Padiglione "zero" è stato considerato utile, è il primo padiglione di un Expo dedicato al tema su cui è stato convocato e realizzato dall'ente che lo organizza. Magari, il problema era il nome: dopo lo "zero", la gente domandava "e il padiglione Uno"?». Ma non è l'unica cosa su cui storce il naso: l'Expo resta per lui un successo «si è spiegato ai visitatori il senso del tema, ambivalente» ma «nutrire il pianeta non specificava se era l'uomo che doveva nutrire il pianeta o viceversa.
Se vogliamo trovare una ragione di disappunto, è che un po' troppi hanno percepito il senso del pianeta che dà da mangiare all'uomo, insomma un "mangia mangia" invece di portare nutrimento alle prossime generazioni». È la sua continua ricerca dello «spirito del tempo». Lo ha trovato a Firenze, ora lo cerca in nuovi obiettivi. «Quella stagione è stata grandiosa, "mondiale"». Come quella del Brunelleschi? Forse, ma ora però non pare ci siano questi momenti «disruptive», di enorme cambiamento. Anche perché non ci sono più quei committenti. «Gian Lorenzo Bernini diceva che l'opera d'arte ha un padre e una madre risponde l'artista e il committente. Io cerco sempre di pensare che il vero committente sia chi utilizzerà l'opera» . Però «è vero che mancano committenti. Mancano quelli colti, illuminati. O forse faccio fatica a trovarli io. Ma non è solo colpa dei committenti quanto dell'evoluzione storica. Per questo l'Expo è stata l'occasione per me, e per molti, di trovare una committenza per un tema inaspettato, nuovo. È una delle grandi ragioni del successo: il tema andava bene commercialmente all'Italia ma è anche vero che la sostenibilità, l'ecologia sono temi dello "spirito del tempo", di oggi». Va trovato «un rapporto con la natura nuovo. Siamo spaventati dal fatto che la natura reagisca malamente alle nostre manomissioni. Il riscaldamento globale, l'effetto serra, i ghiacciai che si disfano».
Deve far paura come l'Isis? «Sì, risponde di getto, ma non è pessimista Io vedo la nuova generazione, quella dai 18 ai 25 anni, quella che frequento all'università, i miei figli. La reazione che hanno avuto ai fatti di Parigi, il "non ci fate paura" ma "non si scaricano bombarde sopra l'Iran e l'Iraq", la critica che fanno ai guai che ha creato la nostra cultura occidentale, questo senso rivoluzionario diverso che hanno i giovani di oggi...». Ecco, se si vuole ricostruire, si deve per De Lucchi partire da lì. «Vede, l'anno scorso abbiamo fatto con Andrea Branzi un seminario su "l'estetica della miseria". I ragazzi erano abituati a vivere nell'agio? Invece hanno fatto progetti con materia grezza, povera, senso della misura. Tutti elementi radicati». Per trovarli basta rompere, a volte, la semplice scorza di superfluo che ci circonda, anche senza la motosega con cui tira fuori l'idea-tipo dei suoi progetti dal legno. E trovare lo «spirito del tempo».