Recensioni / In libreria "Un giorno o l'altro"

In libreria “Un giorno o l’altro”, opera incompiuta dello scrittore toscano, realizzata tra il ’45 e gli anni ’80. Lettere, appunti, frammenti autobiografici legati allo straordinario dibattito che animò la sinistra nell’immediato dopoguerra.
Franco Fortini, il diario di un intellettuale complessivo.

“Un giorno o l’altro” (Quodlibet, pp. 593, euro 35,00), è una sorta di diario al quale Franco Fortini lavorò per oltre un quindicennio, selezionando e commentando suoi interventi privati e pubblici, editi ed inediti, realizzati dal ’45 agli anni ’80. Purtroppo la morte, avvenuta nel ’94, gli impedì di portare a compimento un lavoro di riflessione straordinaria sul passato e sul presente. La fase avanzata di realizzazione del diario ne ha tuttavia permesso la pubblicazione da parte di questo piccolo ma coraggioso editore di Macerata. Il testo è corredato da una introduzione di Romano Luperini, docente universitario di letteratura italiana, della quale pubblichiamo alcuni stralci.

Un giorno o l’altro. Diversi anni fa. Ricordo il gesto con cui Ruth Leiser mi consegnò il plico; ricordo la prima impressione e, subito, i dubbi. Quasi cinquecento pagine fitte di appunti: i frammenti, i documenti, le ossessioni, le passioni politiche culturali e letterarie di una vita passata in pubblico. Mentre scorrevo quelle pagine che attraversavano anche la mia esistenza di intellettuale e di militante, e vi cercavo riscontri, verifiche, conferme e smentite, mi chiedevo chi potesse, nelle generazioni successive alla mia, riconoscersi ancora in quella vicenda. Se infatti il libro avesse solo un valore storico-filologico (e certo questo valore lo ha), avrebbe senso pubblicarlo? Non per questo era stato pensato. Per Fortini destinatari del libro sono coloro «che una passione muove o rode non troppo diversa da quella dell’autore» (p. 536): solo così avrebbero potuto «colmare gli spazi vuoti»: segnati dalle voci dei compagni di percorso, degli avversari, degli scomparsi e ritrasformare in storia una cronaca. Ma dove sono finiti gli eredi di quei compagni? Chi è mosso o morso ancora da quelle passioni? Chi da una fede e da un intento comuni? Le passioni - la fede, l’intento - di Fortini sono quelle di un figlio della Terza Internazionale, di un intellettuale marxista il cui primum è politico e che avverte il bisogno urgente, in qualsiasi momento della propria vita, di «fare il punto sulla situazione», di individuare gli amici e i nemici di un conflitto in atto, di indicare le contraddizioni, la tattica, la strategia di una battaglia in cui ci sono schieramenti netti, scelte drastiche e urgenti. Che vuole interpretare religiosamente “i segni dei tempi”, ma per modificarli materialmente (il Vecchio Testamento e i Vangeli, Hegel, Marx e Lenin, la teologia e la politica hanno per Fortini, come per l’ultimo Benjamin, un lato comune).
Si aggiungano poi, ad accrescere le difficoltà del lettore d’oggi, l’ambiguità del genere (e dunque della strategia di lettura che la strategia di scrittura implicita in un genere di per sé suggerisce), la riluttanza o la desuetudine di fronte a una autobiografia che non è né affondata nelle miserie dell’inconscio e del privato né costruita sull’ordine di un orgoglioso cursus honorum e/o di una sapienza retrospettiva (le forme oggi dominanti del gusto autobiografico), ma immaginata come «controversia con se stesso», opera incessante di controllo tanto sugli altri quanto su sé, il carattere stesso non finito dell’opera che richiede un supplemento di interpretazione, la mancata funzione rassicurante degli autocommenti posteriori, d’altronde sempre più radi a mano a mano che si procede nella lettura, in quanto essi stessi implicati nella ricerca, parti in causa della controversia, tanto che l’autore dichiara infine di non essere più capace di capire «quale delle due parti fosse il testo e quale il commento».
Ma non è solo questione di assenza di un destinatario. E’ un intero contesto storico che si è collassato e dissolto. Fortini rappresenta una tipologia ormai scomparsa d’intellettuale capace: a) di leggere politicamente il mondo interpretandolo nella globalità e nella interrelazione dei suoi aspetti (è l’esperienza, la lezione ermeneutica, direi, della Terza Internazionale, quale si ritrova per esempio nello storico Hobsbawm, alla cui autobiografia, Anni interessanti, mi è capitato spesso di pensare leggendo queste pagine) e b), in quanto scrittore, di praticare la poesia come la narrativa, la saggistica come l’oratoria, il verso lirico, epico e epigrammatico come la sceneggiatura di un film, la traduzione in versi e in prosa, la canzone e l’articolo come il comizio, di muoversi fra la cultura dell’Occidente e dell’Oriente, fra letteratura, teatro, pittura, cinema, filosofia, sociologia del lavoro e delle comunicazioni di massa, organizzazione industriale e storia del movimento operaio, psicologia, storia delle religioni, antropologia, cinema, scuola, sindacato, editoria. Un intellettuale complessivo: che può citare Chateaubriand come Gramsci, Freud come Goethe, Lenin come Manzoni, Lu Xun come de Martino, Rilke come Simone Weil, scrivere una pagina su Manet e sulla ricorrenza di una rima e scriverne una sulla guerriglia o sull’organizzazione del lavoro in fabbrica. Che conosce gli specialismi, ma non li pratica nella loro separatezza, convogliandoli piuttosto, e superandoli, in una ambizione di totalità. Lontanissimi dunque dalla parcellizzazione, dalla separazione e distinzione dei ruoli oggi imperante. La sua è una figura d’intellettuale che nel trentennio successivo alla guerra aveva ancora un certo corso (in ciò Pasolini, naturalmente è il più vicino a Fortini, ma si possono aggiungere Volponi, Sciascia, Calvino e Leonetti, e magari, malgré lui, forse, Sanguineti, ultimo esemplare, in fondo, di una specie in via d’estinzione).
Questo diario in pubblico mostra bene come allora fosse ben viva e operante una società letteraria; fra i membri della quale scriversi una lettera era impresa intellettuale e cerimoniale non meno impegnativa che elaborare un saggio per una rivista o un capitolo per un libro. Una società in cui i dissidi erano profondi, ma gli avversari finivano comunque per legittimarsi a vicende come interlocutori interni alla stessa civiltà.
Interlocutori di queste pagine sono Vittorini, Sereni, Pasolini, Luzi, della Volpe, Baldacci, Cases, Calvino, Giudici. Ma anche Alicata, Salinari (e, dietro, naturalmente, Togliatti), Nenni, Panzieri, Rossanda, persino Mussi. Non c’era solo una società letteraria, dunque, ma una comunità civile, in cui fra il politico e l’uomo di cultura s’intrecciavano discussioni e rapporti e in cui la reciproca distanza e separazione non erano abissali. Mentre oggi il politico fa il politico di mestiere, come lo scrittore fa lo scrittore di mestiere, ognuno chiuso nel proprio particolare.
Di questa società civile oggi si sta perdendo persino la memoria. Questo diario può aiutarci a ricostruirne il reticolo, i rapporti fra i gruppi, le redazioni, i partiti, le case editrici, e anche a ricordarne e magari a criticarne significati e simboli.