Recensioni / «Un giorno o l'altro», diario in pubblico e in controversia con se stesso

Palinsesto Fortini
Lettere, interventi, palinodie, polemiche, note di commento a se stesso, ora ordinati fino al 1978: con, per interlocutori privilegiati, Vittorini, Rossanda, Pasolini. Testi in «frantume» dove la tensione alla verità spinge la lingua a sempre più laboriose decodifiche

«Nelle pagine che seguono il lettore troverà una serie di scritti di varia specie e dimensione, su argomenti disparati, che l’autore ha composto in occasioni diverse e lungo periodo di anni. Di quelli la maggior parte ha forma di nota diaristica. Altri vengono da scritti comparsi su giornali e riviste. Altri ancora sono lettere, ora inviate a destinazione ora no. In qualche caso si introducono pagine di corrispondenti o di documenti. L’autore è intervenuto con correzioni e tagli ma senza mai alterare sensibilmente. D’altronde, è al commento che ha affidato la controversia con se stesso. Sa che qualcuno non vorrà credere alle date; ma proprio quelle non ha voluto mutare [...]. Conferma una sua ostinata persuasione di critico, avverso alla critica delle varianti: il testo è quello di cui l’autore si assume la responsabilità. I diritti della filologia non lo riguardano». La citazione non è tolta dalla versione che, di questo scritto, si legge ora come "Appunti per una prefazione" in testa a "Un giorno o l’altro" (Quodlibet, pp. 593, € 35,00); bensì da quella scartata dall’autore (ma, per iniziativa delle ottime curatrici Marianna Marrucci e Valentina Tinacci, leggibile in appendice). Descrizione esauriente del testo; e necessaria, per il suo aspetto insolito ancorché non incondito (almeno un archetipo italiano nel "Diario in pubblico" di Vittorini: non a caso, assieme a Pasolini e poi a Rossanda, l’interlocutore più frequente). Nonché autorevole, quasi autoritaria, istruzione alla lettura; che tuttavia, per apprezzare il testo in tutta la sua ricchezza, occorre risolutamente disattendere. È quanto fa del resto (con mossa, sua, tipicissima) lo stesso Fortini: nelle note di commento aggiunte a più riprese tra la fine degli anni settanta e l’ultimo anno di vita, il ’94. Commenti che talora non celano l’orgoglio di sottolineare la data di certe intuizioni (davvero ai limiti del credibile, per fare solo un esempio, la pagina del ’56 sul "Ritorno alla ribellione"). Più di frequente, al contrario, sarcasticamente autodenigratorî: indicando la pagina in oggetto al ludibrio delle ‘ultime parole famose’ o stigmatizzando toni che anche gli amici più cari avevano preso, col tempo, a non più perdonargli (così nel ’75: «Caro Calvino, quel che voglio dirti, a proposito del tuo articolo del “Corriere”, mi costa, è sgradevole, è col ditino alzato. Non posso altrimenti»). Dunque è lo stesso Fortini a fare la ‘critica delle varianti’ di se stesso. Non naturalmente, alla maniera del disamato Contini (o del Citati prefattore di Spitzer del quale verga, nel ’59, un oroscopo folgorante), entro un’approssimazione all’idea pura del Bello; bensì all’instancabile ricerca della falla, della lacuna, del peccato d’omissione; della crepa insomma che, della lucente attrezzatura dialettica, decapiti la punta tonda della sintesi: lasciando spietatamente, oggetto e soggetto della lettura, alle prese coi cocci aguzzi della contraddizione. Quella alla quale assistiamo, per centinaia e centinaia di pagine (e forse altrettante, successive al cruciale ’78, giacciono in stato ancora più frammentario), è allora davvero una controversia con se stesso (che può anche subire correzioni di rotta ulteriori, palinsesti pluristrato, palinodie di palinodie: di una pagina del ’48 nel ’71 si commenta con astio l’«incredibile modestia delle esigenze», nell’85 se ne ravvisa con un sorriso amaro l’«incredibile audacia»). O una lotta mentale, come intitolò la sua monografia, sull’amico e maestro, Romano Luperini; ed è proprio lui, nell’introduzione a "Un giorno o l’altro", a sottolineare la contiguità di questo titolo (tratto da una poesia di Noventa) con altri, del tardo Fortini, quali "Non solo oggi", "Memorie per dopodomani", "Una volta per sempre" e "Ricordarsi del futuro": «sempre l’oggi in bilico fra passato e futuro, fra memoria e mutamento [...]. Di qui il lacerto, il frantume, l’annotazione, il biografico e l’empirico, la dispersione dei giorni, il diario; ma di qui anche il bisogno di totalità e di senso, di una storia che riassorba la minuzia della cronaca». La dialettica tra autobiografia individuale e «destini generali» è del resto insita nella destinazione stessa del testo, il quale si costituisce sì – avverte Fortini – come «contributo alla conoscenza di un periodo che ho vissuto», ma non certo in omaggio a un Io biografico per il quale prova tutt’al più imbarazzo (se non – nelle pagine più impietose – un orrore non ‘di maniera’); bensì quale documento delle «relazioni dell’autore con i gruppi intellettuali e politici, le vicende di un ambito definito della società a partire dalla guerra». Per questo, ancor più che a un diario (seppure ‘in pubblico’), "Un giorno o l’altro" assomiglia a un ‘saggio epistolare’: dove il genere dell’epistola (ben attestato, non a caso, anche nella produzione poetica) si fa veicolo, come nei romanzi scritti nella stessa forma, delle controversie più aspre (è il caso di una francamente fastidiosa lettera del ’52 a Montale: che si sarebbe voluta ‘aperta’ e che Sereni, opportunamente, consigliò di mantenere invece privata). Eppure, al solito con Fortini, il piano delle intenzioni va assunto, sì, ma in forma essenzialmente allegorica. Vale cioè a patto d’essere anche, e soprattutto, in funzione d’altro. L’attitudine autoantologica dei suoi ultimi anni (vanno ricordati, oltre a "Non solo oggi" del ’91, due libri da ascrivere fra i suoi capolavori: "Attraverso Pasolini" del ’93 e "Versi scelti" del ’90; nel primo la controversia con se stesso, mercè l’odiosamata figura proiettiva di P.P.P., è esplicita; del tutto implicita e allusiva, ma a tratti lancinante, nel secondo), ma già messa a punto con la ‘satura’ dell’"Ospite ingrato" (1966), finisce per essere leggibile, allora, come allegoria di una trasmissione, alle future generazioni, non più ipotizzabile in forma diretta. Proteggete le nostre verità, diranno i testamentarî versi di "Composita solvantur", con l’irragione profetizzante che Fortini per primo ravvisava nella sua scrittura poetica; ragionevole sino alla tortura di se medesimo, invece, nelle tarde e non meno straordinarie pagine saggistiche egli sapeva che quelle verità erano scritte in una ‘lingua’ (l’armamentario filosofico, il tono profetico-escatologico, la vertiginosa dialettica fra piani temporali) sempre più bisognosa di laboriose decodifiche. Prendendo congedo da "Attraverso Pasolini" scriverà: «a uno o due di quei giovani anche vorrei dire: come si impara una lingua straniera, cercate di capire la lingua nostra, solo in apparenza simile a quella che ogni giorno impiegate conversando o pensando. Se ritenete che non valga la fatica, chiudete in fretta i nostri libri e l’età che li produsse; e buona fortuna». Dando e togliendo ragione a sé e ai suoi avversari, guardando lui per primo il proprio dito prima della luna che indicava, Fortini era dunque (e tormentosamente) se stesso sino all’ultimo; ma indicava, pure, che «l’autore è un altro. Je est un autre, come diceva quello là, che se ne intendeva» (così nel lacerto di tutti più introspettivo, del '70). Componeva così le sue due lingue - quella della saggistica e quella della poesia – in grandiosa partitura a due voci, con testo a fronte: l’una senza l’altra incomprensibile. Come non si accorge (o non accetta) chi persiste a canonizzare la prima, condannando la seconda a un colpevole oblio.