Recensioni / Un'antica promessa. Studi su Fortini

Quest’ultimo episodio della lunga fedeltà di L. L. all’opera di Franco Fortini è certamente, per temi e registri di scrittura, più variegato, e magari anche più «disomogeneo, parziale e frammentario» (come denuncia l’autore stesso in premessa), del precedente Il poeta di nome Fortini. Saggi e proposte di lettura (Lecce, Manni, 1999); ma non meno importante. Nato dall’«ambizioso disegno» di scrivere una monografia sugli aspetti molteplici della personalità di Fortini scrittore e uomo di cultura («il prosatore, l’epigrammista, il traduttore, il pubblicista, il copy-writer, l’autore di canzoni e di testi per film, il pittore»), con particolare attenzione per il versante saggistico dell’opera, il volume riunisce studi di origine, natura e impostazione diversa, in prevalenza sul Fortini in prosa, ma senza escludere felici ritorni anche sul poeta. A garantire la coesione del libro, non il ‘filo rosso’ immancabilmente evocato in limine alle più eteroclite raccolte di saggi, ma una precisa disposizione critica: improntata a quella partecipazione, o addirittura complicità, che gli studi migliori (da Pier Vincenzo Mengaldo a Guido Mazzoni) hanno indicato come necessario pre-requisito di ogni discorso su Fortini. Con un aggiornamento, che L. esibisce con lucida ironia: «La complicità che richiede Fortini, insomma, è direttamente proporzionale alla distanza dalla cultura del nostro tempo e pare comportare l’immediato discredito dell’interprete».

Apre il libro un’ampia sintesi sull’opera critica (politica e letteraria), Un’antica promessa. Introduzione a Fortini saggista, già pubblicata come introduzione al «Meridiano» dei Saggi ed epigrammi, ottimamente curato dallo stesso L. (Milano, Mondadori, 2003). Di grande rilievo storico-filologico è la ricostruzione della genesi dei capolavori in prosa di uno scrittore che «non nasce saggista», che nutre la sua formazione intellettuale di stimoli letterari, filosofici e anche religiosi disparati (di qui la caratteristica necessità di «dover combattere sempre e contemporaneamente su più fronti»), e la cui voce – per quanto inconfondibile e spesso volutamente isolata – si colloca in realtà sempre «nel vivo di un dialogo e nell’ambito di una cultura sovranazionale ed europea». Ma a smentire (o quantomeno a relativizzare di molto) lo stereotipo di un Fortini narcisisticamente astratto, vale anche – sul piano più propriamente speculativo – il rovesciamento di un aforisma celebre di Adorno: «non c’è vita vera nella falsa»; che in Fortini diventa: «non c’è vita vera se non nella falsa». Questa la chiave d’accesso privilegiata da L. per comprendere i saggi dell’autore di Verifica dei poteri: «è una correzione decisiva, perché implica uno spostamento dalla negazione astratta all’esistenza terrena, da una prospettiva di tono nichilista ad una depurata di ogni elemento idealistico o mitico, e dall’individuale al condiviso (ad una concreta, pragmatica utopia)». Ribadita l’«estraneità, distintiva di Fortini, a ogni forma di progressismo, non meno che al positivismo e all’idealismo», L. dà conto delle molteplici sfaccettature di «un’interrogazione insofferente di saperi sistematici»; e molto acutamente individua nella «matrice miscellanea del journal […], luogo archetipico dell’eterogeneo e del discreto» la più intima «origine delle scritture fortiniane». Ma l’attenzione al Fortini militante eretico della sinistra novecentesca – su cui si sono concentrati vari studi recenti: fra cui l’importante libro di Daniele Balicco, Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico (Roma, Manifesto libri, 2006) – non fa passare in secondo piano l’originalità e l’importanza (probabilmente oggi sottovalutata) del critico letterario: «che non tende al possesso ma ad attraversare e oltrepassare» le opere che studia (come sempre dovrebbe fare una critica degna di questo nome) – di qui un animus agonistico, e perfino «distruttivo», in cui la «totale assenza di feticismo» per i testi di cui discorre è in realtà funzionale alla scoperta di «una quota di verità nascosta agli stessi autori».

Se il secondo saggio, Il cherubino di stucco, è una breve incursione nell’attività del Fortini narratore, piuttosto consistente fra la fine degli anni trenta e il decennio successivo, non priva di risultati notevoli e decisiva per comprendere la personalità dell’autore (nel racconto La morte del cherubino è sintomatica la presenza di un tema trasgressivo e estetizzante, inscindibile dalla sua «punizione / sublimazione»), il terzo contributo, inedito e apparentemente dimesso nel titolo (Da un seminario su «Foglio di via») e nel dettato ancora vicino all’esposizione didattica, conta certamente fra le pagine più convincenti e appassionanti del volume. Della raccolta poetica d’esordio, L. indaga la «dimensione narrativa», la peculiare «topografia», il sistema dei temi e delle forme, la posizione elocutoria (segnata, rispetto a molti modelli coevi, dalla «mancanza dell’intérieur come spazio ben arredato dell’ispirazione poetica»); soprattutto, di alcuni componimenti particolarmente significativi propone una explication de texte a tutto tondo, capace di illuminare il senso di un dettaglio stilistico (la rima «sorgente» / «niente», per citarne uno) come le ambiguità di fondo (certo «tragicismo giovanile»); e, con giudizio sicuro, individua i punti di svolta, che preludono alle migliori riuscite delle raccolte successive: così in vice veris, «nell’andamento placato del verso e nel nitore delle immagini giunge a maturità e s’illimpidisce la vena utopica che altrove urge (e talora sovraccarica) i versi». Le ultime pagine del capitolo, rilevando, quasi a mo’ di appendice, riprese e parallelismi fra la prima raccolta in versi e l’ultima, Composita solvantur, e sottolineando in particolare l’analogia della tematica bellica (dalla seconda guerra mondiale alla prima del Golfo), restituiscono coerenza al percorso di una poesia che è sempre «rischio, chance, crisi, svolta».

Bellissima, e probabilmente valida per tutta l’opera di Fortini (oltre che per ogni intellettuale che abbia il coraggio di farne propria la lezione), la definizione ossimorica che di Dieci inverni dà, in apertura, il quarto saggio del volume «Probabilmente tutto»: su «Dieci inverni» (e certe riviste): «allo stesso tempo, un libro personalissimo e collettivo, minoritario e corale, in quanto incrocio di voci ed esperienze che segnano un passaggio cruciale della storia europea». Qui, come nel saggio su Fortini e Pasolini (il sesto del volume: Attraverso Pasolini e Fortini), si fa più esplicita la passione militante del critico: per cui Fortini non è semplice oggetto di studio – uno studio, peraltro, sempre storicamente e filologicamente ineccepibile: anche grazie alla consultazione dei materiali inediti dell’Archivio Fortini, depositato presso l’Università di Siena e affidato alle cure dello stesso L. –, ma interlocutore indispensabile per il nostro presente. Indispensabile proprio nella sua conclamata inattualità: se è vero che Dieci inverni è «più vicino a Heine o a Herzen che a noi». Dedicato a Piergiorgio Bellocchio, il saggio rilegge un libro che, al pari delle riviste cui Fortini collabora in quegli stessi anni (dal «Politecnico» a «Discussioni» e «Ragionamenti»: già i titoli ci appaiono oggi meraviglioso modernariato), è decisivo per capire cosa sarebbe stata l’Italia dei decenni successivi. Ma a L. storicizzare per dovere d’ufficio interessa assai meno che cogliere (potremmo dire, con Sereni: altro autore prediletto) «il fascio di cartelli indicatori divaricante strade percorribili tuttora, diramante itinerari tuttora ignoti». Perché dovere del critico è lottare contro quell’«efficiente sistema immunitario» che, anziché espellerlo, assorbe ogni germe di contraddizione: esemplarmente, nella creazione dell’icona pop di Pasolini, «una figura di artista-provocatore al tempo stesso indigesta e congeniale per il consumo culturale, cui si contrappone «la prospettiva di gruppo», ricercata fra anni sessanta e settanta da Fortini, nella collaborazione a riviste come «Quaderni rossi» e «Quaderni piacentini». E non a caso traspare, in vari punti del libro di L., un’elegia della forma-rivista, strumento di un lavoro culturale irrimediabilmente archiviato con il secolo scorso; e che ha lasciato un vuoto che difficilmente oggi possono colmare nuove forme di dibattito, magari virtuali, come i blog culturali. Proprio Fortini-blog: «Un giorno o l’altro» s’intitola l’ottavo e penultimo saggio di Un’antica promessa: presentazione, ricca di spunti interessanti, di un’operazione editoriale che rimane discutibile.

Al centro del discorso torna la poesia in altri due pezzi: La grazia creduta irraggiungibile (sull’ambivalente mito di Firenze in Fortini: con una bella lettura del Forte di Belvedere) e Italia 1977-1993: un commento in breve; mentre il saggio conclusivo, Interpretare i vuoti, è un affascinante excursus su un tema sotterraneamente pervasivo nell’opera fortiniana, dalle giovanili tentazioni nichiliste alle disperate sintesi della maturità, dalle intuizioni poetiche ai paradigmi di metodo impiegati dal critico letterario. Ci volevano la competenza impeccabile e la passione di L. per riportare a unità una miriade di accenni dispersi, e per concludere che «quel praticare il niente per poi tornare ricolmo al proprio compito sembra additare […] una sorta di ‘istruzioni per l’uso’ dei vuoti e insieme, si può aggiungere, dei nostri anni».