Recensioni / Una scelta per Milano. Scali ferroviari e trasformazioni della città

Il libro curato da Laura Montedoro mi riporta a passioni giovanili ed entusiasmi disciplinari di qualche tempo fa. Mi riconduce ai tempi in cui si seguiva con attenzione la rivoluzione ferroviaria, che aveva colpito l’Europa e non solo. Si analizzava nel dettaglio il progetto di Euralille di Koolhaas e si ammiravano le nuove stazioni di von Gerkan dall’ex Lehrter Bahnhof di Berlino che si accingeva a divenire l’Hauptbanhof della città riunita all’ambizioso progetto di Stuttgart 21; si guardava alle incredibili trasformazioni delle stazioni londinesi che tra sfruttamento di air rights e privatizzazione delle BR imponevano un primo e radicale cambiamento di quella metropoli. Persino la Spagna tra il capolavoro di recupero operato da Moneo ad Atocha, la progettazione del Passillo Verde a Madrid e la riqualificazione indotta dalla nuova stazione Sants di Barcellona (con il vicino Parque de l’Espanya Industrial) sembrava poter dare lezione di architettura, mentre Calatrava nella Gare do Oriente di Lisbona esponeva al vento e alla desolazione un’architettura però singolare e affascinante. Alle ristrutturate stazioni si legavano in tutti i casi operazioni di profonda riqualificazioni di parti di città considerate come sempre recessi inospitali e degradati ma che una mobilità tutta ferroviaria invece restituiva alla centralità, alla rigenerazione e alla valorizzazione economica.

Ma erano anche gli anni in cui le dinosauriche Ferrovie dello Stato si predisponevano alla nuova normativa europea e con Grandistazioni, Centostazioni ma soprattutto la rampante società Metropolis scoprivano l’immenso patrimonio di aree e l’immensa rendita trasferita loro gratuitamente dallo Stato che le aveva ottenute per pubblica utilità – sulla scia dei nuovi tracciati AV e in aperta competizione con il resto d’Europa nella costruzione di nuove e avveniristiche stazioni – e che si organizzavano a sfruttare. Sono gli anni in cui Bofill disegna la nuova stazione di Bologna poi “ridimensionata” da un referendum cittadino, mentre Firenze metteva in gioco grandi aree che il sottopasso dell’AV rendeva quindi disponibili a una nuova immagine di città. Anche a Milano, nei progetti di Metropolis di allora, sembrava prendere forma una diversa città che recuperava quegli ampi e preziosi spazi, anche se già allora sembrava delinearsi più un’aspirazione al massimo sfruttamento delle rendite di posizione che alla rigenerazione e al ridisegno della mobilità. E già si tracciavano i profili dei grattacieli che a Porta Garibaldi avrebbero annunciato la città del futuro, simbolo di una città che avrebbe fatto dei suoi vuoti delle riserve di rendita piuttosto che occasione di riformulazione dell’organizzazione urbana.

Il libro di Laura Montedoro parla di un’opportunità mancata – a Milano certo, ma per analogia nell’Italia tutta – che non è tanto nel non aver saputo progettare il riuso di questi vasti ambiti disponibili alla riqualificazione e magari alla rigenerazione e rilancio delle nostre città – ma soprattutto di non aver saputo cogliere il valore strategico di queste aree, che per la loro posizione, per la loro accessibilità e (grazie a quest’ultima) per le immense potenzialità che avrebbero potuto avere in un approccio integrato che avesse saputo coniugare la riorganizzazione del trasporto pubblico e il recupero di aree preziose in una struttura urbana disordinata, disorganica. E tale opportunità – perduta già allora nell’elaborazione dei primi progetti di Metropolis proposti alla giunta Formentini – sembra perdersi ancora oggi a Milano, nell’attuazione di PGT che non solo non sembra cogliere il valore rigenerativo di questa preziosa risorsa. Di conseguenza, si declina la responsabilità di definire destinazioni funzionali – magari attribuendo a queste aree funzioni strategiche alla crescita economica e sociale della città; non si riflette con attenzione sugli effetti dei processi speculativi innescati da un accordo di programma sottoscritto con leggerezza; si rinuncia a comprendere la validità di una “densificazione selettiva” che permetterebbe processi di riequilibrio e al tempo stesso di potenziamento infrastrutturale della metropoli lombarda); si rifiuta l’opportunità di dotare il processo di trasformazione di un’“irrinunciabile” regia pubblica.

Si privilegia un’interpretazione mercantilistica del territorio – scrive Mericco in questo libro – piuttosto che approntare un progetto complessivo della città e in questo frame promuovere qualità, collocare strategicamente funzioni e attività, individuare e collocare servizi metropolitani, ripensare l’organizzazione del verde, dei percorsi.

Ed ecco che il volume in questione diventa un modo per ragionare non più di scali ferroviari e del loro riuso bensì di un’interpretazione errata della città e della sua costruzione che vanno scalzate e della necessità di una progettazione urbana da intendere quale costruzione scrupolosa e responsabile di un’“idea di polis” (e l’uso non è retorico, volendo intendere che non della dimensione fisica ci si sta occupando solamente bensì del modo con il quale si costruisce la convivenza civile urbana); in breve quel complesso di beni comuni che trovano in un’espressione fisica nella buona architettura e che indirizzano  realizzazione dell’urbs: “fare città” dunque (e forse dovremmo aggiungere “nell’era della post-metropolis”).

Il fil rouge della riflessione critica di Laura Montedoro è esplicito: il disegno urbano (anzi il design research e la formulazione di un’idea di città che deve accompagnare un progetto) non può più essere “una scelta morfologica riconducibile a modelli sperimentati” (p. 26) ma piuttosto il percorso che conduce alla costruzione di “una città affabile, conviviale, solidale e anche efficiente” (p. 27).

I saggi che precedono la sezione progettuale del volume, rafforzano questa interpretazione: parlano di spazio pubblico (quale “fondamento del progetto urbano” sostiene Campbell), di nuove pratiche spaziali e della necessità di comprensione dei “nuovi vissuti antropologici dell’abitare contemporaneo” (Sbattella), di mix funzionali, di spazi “ibridi” della residenza, di luoghi di “transizione tra pubblico e privato” che con un accorto progetto urbano diventano “catalizzatori di urbanità” (come propone Mazzoleni che pur richiamando le nuove dimensioni dell’abitare contemporaneo non delinea con chiarezza quali siano o cosa siano diventati nella città contemporanea i caratteri dell’urbanità), di barriere fisiche e infrastrutturali ma anche di architetture che si fanno ponte e legame tra parti di città (Riva), di “valore pubblico” di alcune realizzazioni urbanistiche attuate in diverse città d’Europa (Gatti, Mion).

Tutto questo fa da premessa alla ricerca progettuale che i vari gruppi coordinati da Laura Montedoro conducono sugli scali ferroviari milanesi, cercando di riconoscerne le potenzialità rigeneratrici, la localizzazione strategica, la specificità del contesto, il contributo alla definizione di una diversa idea di città, quindi. Un lavoro di analisi che mette bene in evidenza la banalità delle soluzioni proposte da accordi di programma e dalle vaghe proposte avanzate da attori economici che non riescono a cogliere il reale valore delle aree in loro possesso. Al contrario i progetti illustrati nel volume cercano di mettere in risalto le singolarità di ognuno degli scali, il contesto che li circonda, individuando alcune “invarianti” che guidano alla formulazione delle soluzioni progettuali: rinnovamento e adeguamento del sistema infrastrutturale; le potenzialità metropolitane delle aree; la mixitè funzionale e il sistema delle relazioni. Ma i progetti presentati si differenziano molto fra di loro giocando su alcune variabili che vengono poi intrecciate con i vincoli scelti per la costruzione di “paesaggi urbani possibili”: modalità di connessione con il contesto; densità abitativa; rapporto tra superfici edificate e superfici libere; attività umane e modi d’uso (p. 101).

Ancora una volta, Milano e i progetti per il suo futuro diventano un’occasione per riflettere più in generale sui tempi importanti della nostra disciplina e sul suo ruolo sociale così compenetrato nelle tecniche, spesso misconosciuto e che avrebbe bisogno forse di un più convinto e consapevole riconoscimento.