Recensioni / Capitale futuribile. La Roma del 2025 in mostra al MAXXI

Dodici università italiane e tredici internazionali chiamate a riprogettare un "quadrante" della città

 

Immaginiamo il bosco, il fiume, la laguna dell’entroterra di Ostia. Ruotiamo le case che guardano al mare con il cannocchiale, come dall’ultima fila di ombrelloni, in modo che affaccino su quel ricco polmone verde. Un bosco che non è “vuoto di case” ma pieno, con le sue attività produttive, per esempio di produzione di bioenergia. E immaginiamo (perché no!), le dune rigenerate e libere. Sdraio e stabilimenti trovano posto su pontili perpendicolari, slanciati verso il mare. Oppure prendiamo l’abitato post abusivo di Borghesiana: case a cortina, interni confortevoli. Strade senza marciapiede, erbacce, buche, reti metalliche a delimitare ì confini. Per gli architetti dell’Università di Camerino-Ascoli Piceno abitare lo spazio privato è il carattere di Roma, disinteresse per lo spazio pubblico. Il loro gioco consiste nell’inserire nei lotti liberi della mappa villa Malaparte, Le Corbusier, Mies van der Rohe. Topos dell’architettura del ‘900 nel toponimo abusivo. L’effetto è magico, la buona architettura ridefinisce le strade, gli angoli, gli spazi diventano dimensione collettiva, diventano città.

Al MAXXI di Roma è in corso, ancora per pochi giorni, la Mostra 20-25, promossa dall’allora assessore alla Trasformazione urbana Giovanni Caudo insieme alla Fondazione MAXXI, sezione architettura, diretta da Margherita Guccione, main sponsor Bnl-Parisbas. Scopriamo, attraverso la fantasia creativa dei paesaggisti della Pensylvania, un elemento misconosciuto del paesaggio romano, le Forre: formazioni geologiche di origine vulcanica scavate e innervate dai corsi d’acqua. Un intestino metropolitano che, così come porta acqua da millenni alla città ne dovrebbe metabolizzare i rifiuti organici da restituire alla terra agricola come compost, attraverso impianti che abbiano la monumentalità simbolica delle fontane con cui Roma ha celebrato la ricchezza dell’acqua.

Gli architetti della Columbia (NY), a zonzo fra Testa di Lepre e Castellaccio, Torre in Pietra e Tre Denari, recuperano l’immaginario di Pasolini, Fellini e De Sica. L’occhio cinematografico restituisce valore alla bellezza del paesaggio quando la borgata sconfina nell’Agro e gli acquedotti, le tombe etrusche, i casali delimitano l’orizzonte. Si potrebbe continuare con i progetti e gli esperimenti di Gran Canaria, dei californiani, di Liegi, Zurigo, Leibnitz-Hannover. Oppure lavorare sui conflitti come hanno fatto Reggio Calabria (su Malagrotta) e Torino. O confrontarsi con la proposta radicale di Trento che, di fronte alle superfetazioni dell’Aeroporto di Fiumicino, che impattano con l’Agro, con i corsi d’acqua e con l’archeologia, grida: «Buttate giù quel disordinato obbrobrio, fate un aeroporto lineare e funzionale, liberate il porto di Traiano».

L’idea di Roma 20-25 è semplice: una griglia che fa centro sul Palatino e prende la dimensione larga di Roma, comprendendo quella dove vivono i pendolari, dove si fa la spesa nei centri commerciali, si va al cinema nelle multisale ai margini. 50 km per lato, 2500 kmq, 25 quadranti di 10 km per lato. Uno spazio esterno alla città storica 2 volte più grande di quello interno, quasi tre milioni e mezzo di abitanti di cui 800.000 nell’area vasta fuori del Gra. La domanda ai 230 studiosi di 8 nazioni e ai 473 studenti che hanno partecipato è stata semplice: non vi preoccupate delle divisioni amministrative fra 35 comuni e 15 municipi, analizzate il quadrante assegnato, guardatelo nella prospettiva del prossimo decennio, ipotizzatene la vocazione e come si mette in relazione con il resto.

L’antefatto storiografico è la mostra Roma interrotta curata da Piero Sartogo nel 1978. Come in quel caso il punto di partenza è la carta settecentesca del Nolli. Qui, però, si fermano le analogie. 20-25 non serve, scrive Francesco Garofalo nel catalogo, «a ripensare la Roma del passato, ma a progettare quella del futuro». E Giovanni Caudo: «Un pensiero urbano si è rotto (...) per declinare il futuro cerchiamo nel presente che viene dal passato e che guarda al domani e che riconosciamo come un indizio positivo. C’è spazio per una politica che non vuole essere succube del populismo e del mercatismo». Il Prg vigente, adottato nel 2003, è ancora debitore, spiega Caudo, «del modello espansivo e del trasporto privato, ma le ragioni dello sviluppo novecentesco sono ormai tutte in crisi». Quello che ci si propone è pensare la città intesa come dislocazione e cicli di vita, con la rottura della dicotomia centro periferia, la cui retorica ha alimentato il «degrado dei comportamenti pubblici e privati» attraverso la scelta e l’acquisizione dei suoli, l’assegnazione delle cubature, le truffe ai cittadini. «A prima vista – dicono gli architetti della University of Southern California – Los Angeles e Roma non potrebbero apparire più diverse ma, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la natura della loro espansione è divenuta quasi iden tica. Oggi le periferie di Roma e Los Angeles hanno una somiglianza sconcertante... Anche se la campagna romana è rimasta produttiva più a lungo di quella di Los Angeles, sta iniziando a scomparire alla stessa velocità. Non è ancora troppo tardi per frenare l`emorragia che compromette luoghi e storia, ma il tempo a disposizione sta per terminare».

A Roma lo show della politica fa tabula rasa e mette il sale sui germogli di progettualità che, pure, sono cresciuti nel contesto dell’amministrazione di centrosinistra della città. L’orizzonte temporale della mostra, il 2025, è domani, anzi oggi, in termini di politiche urbane. Doveva essere uno dei motori della seconda fase della giunta Marino. Scrive Piero Ostilio Rossi, curatore scientifico, che le indagini delle 25 università «sono state portate avanti nella diffusa convinzione che il nodo cruciale sia il superamento del modello di sviluppo dell’espansione urbana senza misura e della dissipazione delle risorse naturali del territorio. Sono un contributo a far emergere alcune linee forza capaci di determinare strategie prioritarie nell’attuazione del Piano. Ma operare una sintesi di questo genere è compito specifico dell’Amministrazione di Roma Capitale».