Recensioni / Il Fontana del tassista

Lassa pur ch’el mond el disa...

 

Accade raramente che l’autore di un saggio sia incoraggiato a produrne un secondo sul medesimo argomento, ma questo lavoro di Mariella Milan è una lettura tanto piacevole che viene voglia di sapere quale prosecuzione abbiano avuto i fatti riportati e dimostra che le vicende della storia dell’arte con le sue connessioni mercantili si possono riferire anche cordialmente. Peraltro, Milan testimonia la verità vera e non quella inventata dai beneficiari, come accade nei libri di storia. L’argomento pertiene al nascere del mercato dell’arte in Italia, tema tra i più tristi e cupi se visto alla luce degli eventi globalizzati e delle Hong multinazionali del settore. L’epoca cui si riferisce il brillante studio è quella del collezionismo avventuroso e allegro, florido ed entusiastico che ebbe gli epicentri innanzitutto a Milano e a Roma, ma fiorì pure nelle periferie balneari liguri e toscane. Ad esempio, a Rapallo, spiaggia dei VIP negli anni Sessanta, il ben quotato mercante milanese Mino Pater, andava ogni mattina al bagnasciuga con un’opera di Lucio Fontana sottobraccio – squarci nella lastra di rame –, illustrandola ai villeggianti stesi al sole. I bagnanti si ritrovavano a sera nella galleria, dove si ballava il twist, si facevano incontri e dopo un rinfresco si compravano buchi e tagli. L’arte era sostenuta dal vitalismo gioioso del commercio e l’acquisto non era, come oggi, una sorda speculazione finanziaria nella quale le opere sono solo un pretesto figurato. Gli articoli sui rotocalchi che riportavano prodezze e bizzarrie del bel mondo dell’arte hanno spesso un tono tra satirico e scandalistico. Si scatenano vignettisti e barzellettisti. I galleristi mettono sotto contratto gli autori reputati d’avvenire obbligandoli a produrre mensilmente un numero fisso di opere. Si vendono a rate, a chiunque, oppure barattando. C’è un taxista che si fa dare un quadretto per un tot di corse urbane. Se hai nome, paghi il ristorante o l’idraulico con un disegno. Milano è l’Eldorado del mercato mondiale. Arrivano Pollock, Brauner, Matta, Rauchemberg, Dubuffet, Masson, Appel, Jorn...

Diventano celebri anche i critici d’arte nella ridda di movimenti avanguardistici con le loro riviste che fanno due tre numeri e passano mensilmente al lancio di altri manifesti. A Roma, invece, il mercato è in mano agli artisti, gira attorno all’andirivieni di attori e attrici cinematografici, ma è più "serio" – incredibile a dirsi – meno festaiolo e avventuroso che quello milanese.

Mariella Milan ha documentato il suo saggio Milioni a colori. Rotocalchi e arti visive in Italia 1960-1964, edito da Quodlibet per la Fondazione Passaré, rifacendosi allo spoglio attento di una quindicina di settimanali illustrati, i più diffusi in pieno "boom" economico, riferendo l’espansione della cronaca tesa al dibattito tra Astrattismo e Figurativo. Diatriba affidata, dunque, più ai giornalisti che ai critici, ma anche a grandi scrittori. Il domenicale "ABC" annovera Carlo Levi, Italo Calvino e Giancarlo Marmori. "La Domenica del Corriere" ha Dino Buzzati, "Epoca" ha Cesare Zavattini e Raffaele Carrieri... Insomma, rispetto alla miserande presenze dei critici nei giornali come "Il Corriere della Sera" di adesso, c’è da immalinconirsi sebbene i commentatori nei primi anni Sessanta esaltassero Roberto Crippa come pilota acrobatico insinuando che le aggrovigliate matasse caratteristiche dei suoi dipinti fossero tracciati delle evoluzioni in aria e non, invece, dei Pollock senza dripping (come il caffè senza caffeina). Mariella Milan produce anche apparati con le schede di ciascun giornale considerato e un regesto per autore, un indice onomastico, essenziali ausili in un libro come questo dove necessariamente compaiono centinaia di nomi.

La prima parte dello studio è un saggio storico esatto, imparziale, perfettamente documentato. Ci si chiede se davvero il dibattito tra figurazione e astrazione fu tanto acceso con un volume opinionistico pari a quello puntualizzato dall’autrice. Proprio allora cominciai a frequentare Milano artistica e periodicamente Roma, in tempo per afferrare il crine più lungo nella coda di quel clima entusiastico.

Confermo che nell’ambiente artistico – ma anche tra gente comune – non si parlava d’altro, spesso litigando, e il dibattito si spense solo con l’avvento della Pop Art. La studiosa riporta fedelmente i fatti – è già un gran merito – ma grazie al linguaggio pulito, depurato dai neologismi del critichese, nella seconda parte del testo riesce a trasmettere anche il senso della vivacità imprenditoriale che usando l’arte figurativa come provocante stimolo, coinvolse tutta la società intellettuale. I più interessati furono attori, i registi, scrittori, musicisti, stilisti, medici, operai, calciatori. Tutti s’interessavano all’arte e ne dibattevano i temi correnti.

I teoremi dell’avanguardia si concepivano già dall’accademia, magari con l`appoggio dell’insegnante che poteva essere Guido Ballo. Non esisteva alcun sistema. I grandi critici vivevano in simbiosi con gli artisti patrocinati. Pure Gillo Dorfles presentò la mostra di una scimmia cappuccina genovese che dipingeva. Poi il mercato cominciò a ordinarsi, a fissare norme di valutazione internazionali, punteggi, a raggruppare tendenze e la gente comune a guardare gli artisti con sospetto, a scegliere con maggiore attenzione (forse l’Informale – pensavano – è una buggeratura). Il pettegolezzo pseudocritico dei rotocalchi, però, sopravvisse registrando la crisi con un certo cinismo. Il grande trombettista jazz Chet Baker che talvolta impegnava lo strumento per una dose di eroina, dormiva nei laboratori dei pittori a Milano da Giancarlo Cazzaniga, Torino da Kiki Macciotta, a Roma da Franco Angeli e dove capitava. Anch’io, ma queste sono già altre storie, venute dopo.

Mi piacerebbe, dicevo, un secondo studio, 1964-1970, fatto con gli stessi criteri, senza aggiungere o togliere, senza giudicare, documentando ogni osservazione, riferendo episodi comprovati. Così dovrebbero fare gli storici tutti. Oggi, l’arte dei favolosi primi anni Sessanta è raccontata in modo distorto, menzionando solo gli artisti che hanno resistito al tempo (bravissimi, quelli, a riempire i magazzini dei mercanti con opere ora in smaltimento nelle gelide aste televisive). Il ricordo dei grandi quanto Dova, Nyereni, Romagnoni, Guerreschi, Luca Crippa, Carmi, cervelli dell`arte milanese e romana, e decine di outsider originali che furono famosissimi e costosissimi, pur liberi da ogni patrocinio galleristico, è ingessato nelle nicchie degli studi specializzati. I veri maestri non compaiono nelle aste, oppure con prezzi crollati. Le damazze che dirigono le gallerie griffate d`oggi non sanno neppure che siano esistiti. Lo stesso è successo a Roma dove si fatica a tenere in vita il ricordo del mitico Cagli, maestro dei maestri, di Vespignani, Perilli. Altroché Guttuso. Il mercato d’arte odierno distorce i fatti e le grandezze, si riferiscono versioni diverse dal vero. Del resto, a chi interessa come Piero Manzoni fosse considerato un burlone dropout che cercava d’imitare Yves Klein, "pittore immateriale"? Che cosa direbbe il mio amico Dino Buzzati se potesse vedere il meraviglioso Giardino dei tarocchi, opera ambientale straordinaria di Niky de Saint Phalle che attrae folle a Garavicchio, ricordando la bellissima ragaz za che realizzava le sue opere a fucilate, da lui strapazzata sul "Corriere" nel 1964? Che penserebbe Lucio Fontana sapendo che i pois di Yayoi Kusama alla quale regalava i materiali per le installazioni, sono valutati quanto i suoi tagli?