Recensioni / Shakespeare in Bruno

Tra le commedie definite eufuistiche di Shakespeare (così chiamate perché affini per tematica e scrittura all’opera Euphues di John Lyly, del 1579, di gusto manierista e ricca di figure retoriche) vi è Love’s Labour’s Lost, ovvero Pene d’amor perdute. In essa si trova una scena divenuta celebre per le sue zone d’ombra, una strana caccia al cervo, commentata da due personaggi fuori dal comune (Oloferne e Nataniele), con frasi indecifrabili che è quasi impossibile incontrarne di più oscure nel resto della letteratura. È qui che inizia il percorso di Gilberto Sacerdoti con il suo saggio dal titolo Sacrificio e sovranità, appena uscito in una nuova edizione da Quodlibet di Macerata (dopo quella di Einaudi del 2002) con una prefazione di Michele Ciliberto. L’opera ritorna opportunamente e tratta di teologia e politica nell’Europa di Shakespeare e di Bruno.

Non spetta a noi chiarire gli esoterici significati che si celano nella scena oscura, ricordiamo soltanto che se essa si pone a confronto con quanto scrisse il medesimo Giordano Bruno nell’Inghilterra di Elisabetta I (chissà se la sovrana assistette alla rappresentazione di Love’s Labour’s Lost nel Natale del 1597), come fa appunto Sacerdoti, è possibile focalizzare uno dei grandi problemi dell’Occidente tormentato dalle guerre di religione: la fondazione della sovranità autonoma dello Stato secolare. Ciliberto avverte che l’autore conduce la sua ricerca «sulla base di problemi strettamente contemporanei», anche se essa resta «uno dei contributi più importanti che siano stati scritti in questo periodo, attraverso la messa a confronto, in una sorta di specchio, dei testi fondamentali di Bruno e Shakespeare». La caccia al cervo è intesa come allegoria del sacrificio di Cristo, la sua ripetizione allude alla celebrazione della messa, contrariamente alla dottrina di Calvino che nega a essa carattere sacrificale. Non si creda però che ci si trovi dinanzi a una riconferma delle ragioni cattoliche: la messa non è celebrata da un sacerdote, bensì da una regina, ovvero Elisabetta. Ecco il primo eventuale senso: la scena allude alle ragioni politiche per le quali la funzione sovrana non deve essere condizionata da quella sacerdotale. Una comparazione tra il testo di Shakespeare e un’analoga scena che si trova ne Lo spaccio della bestia trionfante di Bruno consente a Sacerdoti di individuare nel testo del filosofo bruciato sul rogo a Roma la fonte della citazione shakespeariana. Qui giunto l’autore di Sacrificio e sovranità inizia a ricostruire le vicende teologico-politiche della sotterranea tradizione alternativa all`abbraccio tra teologia scolastica e metafisica aristotelica; e quest’ultima, va detto, ha dominato medioevo e non pochi decenni moderni. Una corrente nascosta che ha i suoi riferimenti in al-Farabi e Averroé (fonti di Bruno), in Maimonide e Pomponazzi, quindi si manifesta in Hobbes e Bodin, teorici dello Stato aconfessionale, soprattutto in Spinoza. Prima del quale la ricerca di Sacerdoti si ferma, dopo aver parlato di roghi di libri, persecuzioni e anche di tutte quelle faccende di cui si occupava – non delicatamente – l’Inquisizione.