Recensioni / Se cadono le vecchie mura che forma ha la città nuova?

Dalla Milano "chiusa" di Manzoni agli spazi moderni. Le trasformazioni dei centri urbani percepite dagli scrittori 

Nunzia Palmieri in questo dottissimo saggio affronta il tema «La città» descrivendo le trasformazioni che ha subito con l’avvento della modernità quali si evidenziano nello stile e nella percezione degli scrittori ad essa contemporanei.

Milano di Manzoni (Promessi Sposi) è l’esempio nobile della città di una volta, «chiusa nel giro dei suoi bastioni, come un cespo di persistenti memorie » (Gadda), fiera del recinto in cui si raccoglie e governata dall’alto da un principio d’ordine (che sia la Provvidenza o i primi refoli della civiltà dei Lumi). Eppure già la Milano d’allora porta i segni della città nuova che sarebbe diventata. Travaglino entrando dalla Porta d’Oriente è sgomento dalla sporcizia dei bastioni e dai rifiuti che si ammassano alla loro base e si smarrisce dentro l’odore di cosa bruciata e di morte che emana dai percorsi che attraversa per raggiungere il Lazzaretto. Certo sono segni minimi, come la goccia di pioggia prima che scoppi la tempesta.

In realtà la città nuova travolge l’assetto del vecchio recinto; una pressione incontenibile dal centro raggiunge i bastioni, li scavalca spandendosi negli spazi esterni. I confini vengono mente nostalgico di Maria Teresa e delle Cinque giornate, non resiste alla Città Zingaresca delle pompe di benzina e le luci al neon e con «ironia si appunta sui dettagli sfociando in esiti di pura comicità, quasi da slapstik cinematografica».

Ma se la città con Gadda è ancora protetta dalle sue mura è con Calvino che quelle mura vengono frantumate nel segno della leggerezza raccomandata dall’autore nelle Lezioni americane. Nelle Città invisibili Calvino ne confeziona un esemplare che scarta ogni ingombro (mura monumento cattedrale) e dà aria agli spazi intorno con l’attitudine (per intenderci) dei bambini che prima di giocare disegnano con il gesso il cerchio e poi decidono le regole del gioco.

Poi arriva Pasolini con La forma della città in cui, non rinunciando al «rimpianto per la sua Italietta contadina» (parole di Calvino), celebra gli agglomerati abitativi chiusi nei suoi antichi confini quale ammiriamo nella pittura dei maestri cinque-seicenteschi.

Ma dove sono gli architetti cui spetta il compito di curare il disorientamento della città nuova? Per primi si manifestano i «funzionalisti» (con alla testa Le Corbusier) che armati di feroce razionalismo progettano costruzioni autosufficienti al cui interno chi vi abita possa trovare la risposta immediata a tutti i suoi problemi di sostentamento e di impiego del tempo libero (come carceri per i prigionieri); poi gli architetti dell’AREA (sempre di origine fraintese) che gettano un po’ di disordine in quelle prigioni per rendere più agevoli i movimenti degli imprigionati. Il problema della città nuova resta irrisolto. Forse qualche aiuto può arrivare dagli artisti visivi e ancora dagli scrittori visionari. Intanto il fotografo Luigi Ghirri, che rifiuta la fotografia cartolina e celebra le distanze estranianti confessando «A me interessa l’architettura effimera, il mondo della provincia, gli oggetti che tutti definiscono Kitsch che per me non lo sono mai stati, oggetti carichi di desideri, di sogni, di memorie collettive».

E insieme a Ghirri lo scrittore Celati, spinto da un istinto di perdizione (più consapevole di quello del suo sodale Delfini) e convinto che della realtà è impossibile dare per scontata l’esistenza intendendo che va ogni volta daccapo conquistata. Così lui decide di incamminarsi a piedi per la Pianura padana (dove è il paese in cui è nato) e raccogliere immagini suoni e storie e di quella esperienza con gli appunti presi scrivere Narratori delle pianure. È forse il libro che tra ironia e malinconia meglio ci fa sentire il fiato (certo e sottile) della città nuova.