Recensioni / La signorina Metafora e le sue retoriche amiche

Metafora, sineddoche, zeugma, ipallage, il rarissimo cleuasmo... Figure e tropi retorici, certo. Nomi per lo più astrusi, resi a volte ancor più opachi da dubbi tenaci sugli accenti tonici: metonìmia o metonimìa? Ossìmoro o ossimòro? Definizioni risalenti a trattati antichissimi, con differenze tassonomiche sottili o meno sottili fra autore e autore da far disperare gli studenti universitari che devono passare il relativo esame con un professore di pignolo sadismo. Non che la materia sia priva di fascino, anzi. È facile a ridursi a un mucchio di segatura erudita, ma nella sostanza è il risultato del primo sguardo che l'umanità ha gettato su uno dei fenomeni più irriducibili, e costitutivi, del suo linguaggio: l'ambiguità. Ah, se ogni parola avesse significato univoco, e fissato una volta per tutte! E il sogno inseguito dagli ingegneri dei software e degli algoritmi, alla ricerca del Sacro Graal del web semantico, della traduzione automatica, insomma della macchina che parla e intende. Ma invece esistono le metafore e le metonimie ed esiste tutto il resto. Uno studioso i cui libri non rientrano nelle bibliografie degli informatici, Gérard Genette, ha detto che fra il senso letterale (la fiamma del fuoco) e il senso esteso (la fiamma dell'amore) di una espressione linguistica si apre uno spazio. La «figura» (in questo caso, la metafora) è la forma di quello spazio. La vera macchina è la lingua, e ha trazione umana: sospinta dalla nostra immaginazione apre a ogni momento nuovi spazi. È perfettamente illusorio pensare a un linguaggio fatto solo di sensi propri e letterali. Senza le figure retoriche non sarebbe impossibile la poesia: sarebbe impossibile direttamente la lingua.
Verso la metà del secolo scorso, la retorica ha conosciuto una nuova fioritura, grazie a studiosi come lo stesso Genette, Roland Barthes e la coppia Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, il cui Trattato dell'argomentazione uscì in traduzione italiana (Einaudi, 1976) con una prefazione di Norberto Bobbio. Si scopriva allora quanto la retorica, tenuta fino a quel momento come disciplina polverosa e vana, spiegasse del discorso politico, di quello giuridico, di quello dei mass-media, di quello pubblicitario – oltre che di quello letterario e artistico. Da Aristotele, Cicerone e Quintiliano nozioni come "metafora" e "metonimia" si spostavano ai saggi linguistici di Roman Jakobson e a quelli semiotici di Umberto Eco, per arrivare sino all'ermeneutica di Paul Ricoeur e alla psicoanalisi di Jacques Lacan. Ma certe tendenze del pensiero a volte degenerano in moda.
Poteva, la neoretorica, produrre una neoscolastica? Beh, non si può dire che non ci abbia provato. I nuovi manuali di letteratura per i licei, e a volte anche quelli per le medie inferiori, ritradussero le principali figure retoriche in certi famigerati specchietti, utili per l'"analisi del testo". Studenti attoniti si ritrovarono costretti a individuare, sottolineare e magari commentare zeugmi carducciani, sinestesie dannunziane, ipallagi foscoliane. Ne ricavarono l'incancellabile impressione che lo studio della letteratura consista nel tramutare testi potenzialmente piacevoli, anche se scritti magari in un italiano non proprio contemporaneo, in labirinti popolati da mostri forniti di nomi da creature mitologiche.
Appare quindi ardito, se non proprio bizzarro, il libretto con cui le colte edizioni Quodlibet hanno deciso di inaugurare assieme alla libreria Ottimomassimo una collana di libri per ragazzi («Ragazzini»). Il libro si intitola Che figura!. L'autrice Cecilia Campironi ha compilato, e illustrato (con figure «vere e proprie»: disegni) un piccolo catalogo di figure retoriche, dalla litote alla parafrasi. I mostri mitologici della retorica scolastica si travestono da personaggetti eccentrici. C'è il signor Litote che ha sempre il torcicollo per quanto scuote la testa a furia di negare il contrario di quel che vuol dire: «non mi fa impazzire» quando qualcosa non gli va, e così via. Lo zio Cacofemismo usa volgarità quando vuole essere gentile, e di suo figlio dice: «Quel delinquente è sempre il primo della classe». Ai figli, invece, il mago Ossimoro dice «Correte piano!» mentre Johnny Zeugma dichiara «Mi mangio un panino e un bel succo».
Non si può essere davvero certi che l'esperimento riesca a ritrasformare la zucca della retorica scolastica in una comoda e favolosa carrozza su cui compiere viaggi incantati nei territori letterari. Ma certo Che figura! ha almeno il merito di aver rivelato l'anima vera di questi attrezzi da anatomista filologico – che in mano a ragazzini non possono che restare inerti. È l'anima giocosa della lingua che sposta sillabe e concetti, mette qualcosa dove non dovrebbe stare, trova una fiamma nell'amore, dona dita rosate all'aurora, ci fa vedere il mondo come non è, e come, eppure, è.