Recensioni / E la borghesia incontrò l'informale

All'inizio degli anni 60, nel clima fervido di una trasformazione convulsa degli stili di vita delle comunità borghesi. soprattutto urbane, si cominciò a guardare alle novità delle arti figurative con crescente curiosità, cercando di avvicinarsi al confronto e allo scontro tra figurativi e informali il più possibili liberi da pregiudizi, ma, al tempo stesso, sprovveduti di qualsiasi orientamento critico e, quindi, assai diffidenti rispetto a opere che non si aprivano con immediatezza a un dialogo diretto col nuovo pubblico e resistevano impenetrabili allo sguardo "ingenuo" dei nuovi benestanti. Mariella Milan ha con pazienza riletto i principali rotocalchi degli anni 1960-64 per ricostruire i modi di quest'incontro della borghesia italiana con l'arte moderna [Milioni a colori, Quodlibet, pp. 430 illustrate, € 26,00], quasi sempre irrisa e derisa dalle ideologie popolari comunismo e cattolicesimo in primis - a segnalare la generale sudditanza della critica a questa diffidenza verso qualsiasi allontanamento dalla realtà: paradossalmente, la pop art raccoglieva qualche simpatia proprio per i suoi diretti riferimenti al vissuto. Sono anni straordinari i 60', durante i quali si affermano artisti come Fontana, Vedova, o Burri, e al tempo stesso si affacciano nuove sperimentazioni che cercano di proiettarsi oltre l'informale - questo è il titolo, nel 1963, della Biennale di San Marino organizzata da Giulio Carlo Argan - come l'arte aleatoria, o i disegni della scimmia Toy presentati da Gillo Dorftes a Milano, o, ancora, il lavoro progettuale dei gruppi gestaltici. I rotocalchi, che potevano avvalersi di illustrazioni di qualità, cavalcano pregiudicatamente le polemiche più accese e feroci, trasformandole in vere e proprie miniere di pettegolezzi; celebrano i protagonisti della creatività e della critica illustrandone con arguzia pregi e difetti, restando comunque lontani da quel gusto eccentrico e opaco che, per quanto si affermi internazionalmente, risulta indigesto al loro pubblico poco ostinatamente tradizionalista. Eppure, nonostante questa resistenza al nuovo, in quegli stessi anni si afferma un diverso e ben più largo collezionismo che porta a esporre sulle pareti di casa opere contemporanee certo, prima e con più fiducia, neorealiste o espressioniste, ma successivamente anche di gusto più stravagante, si affermano infatti, proprio allora, le vendite all'asta di arte contemporanea e con esse le prime società specializzate, a cominciare da Finarte, mentre i mercanti, che regolano i destini degli artisti certificandone il valore anche economico, vengono presi sempre più sul serio. Ormai anche l'Italia piccolo borghese entra a far parte del mondo, condividendone gusti e comportamenti che si affermano altrove, nelle mitiche capitali dell'arte come Parigi o New York, e non suscitano più irritazione e stupore.