Recensioni / Cinque vite e il valore della testimonianza

Tra il 2007 e il 2014 la sede romana dell’Associazione Un Punto Macrobiotico ha ospitato una serie di incontri con cinque partigiani (Rosario Bentivegna, Sergio Flamigni, Massimo Rendina, Walchiria Terradura, Teresa Vergalli) invitati a raccontare in pubblico le loro storie di vita e le loro esperienze di combattenti.

I resoconti di questi incontri, diligentemente raccolti e trascritti per cura dei promotori dell’iniziativa, sono oggi confluiti in un volume che aggiunge un ulteriore tassello al già ricco mosaico della memorialistica sulla Resistenza italiana; un tassello quanto mai apprezzabile, per il carattere spontaneo e assolutamente non celebrativo delle testimonianze, che presentano al lettore, in modo diretto e avvincente, l’incontro delle vicende private di ragazze e ragazzi giovanissimi, di diversa estrazione sociale e politica, con il dramma corale della guerra e della catastrofica sconfitta in cui il fascismo aveva gettato il popolo italiano: in questo quadro, i cinque protagonisti si soffermano sulle particolari circostanze nelle quali, poco più che adolescenti (molti, al di sotto dei ventun anni, non poterono poi votare in occasione del referendum istituzionale e per eleggere l‘Assemblea Costituente) si trovarono nella condizione di dovere maturare scelte estreme, e a sprofondare in una lotta nella quale, pur costretti a diventare rapidamente adulti, si coniugavano, in modo tipicamente giovanile, sentimenti e stati d’animo tra loro in conflitto, oscillanti tra spavalderia e paura, tra determinazione e compassione, tra consapevolezza politica e timori per la sorte propria, dei familiari e degli amici.

Pur nella comunanza dell’esperienza resistenziale e nella condivisa riaffermazione dei valori a cui essa era ispirata, le cinque storie di vita portano ciascuna una forte impronta individuale, e ognuna è anche il rendiconto di una sequenza di storie, familiari e personali, nella quale, talvolta, il ritmo della narrazione si stempera in un’aneddotica che non banalizza, ma incornicia eventi anche drammatici in una dimensione più umana e quotidiana: la disinvoltura di Rosario Bentivegna che, travestito da spazzino, si avvia verso via Rasella e viene scambiato per un “borsaneraro” da spazzini veri, nei pressi del Quirinale; la paura paralizzante di Walchiria Terradura, intrappolata nel cespuglio dei rovi tra i quali si è nascosta durante un’azione; le remore del comandante cattolico della formazione di Teresa Vergalli, preoccupato dell’eccessiva presenza di donne nella formazione, al punto da segregare le staffette in un alloggio separato e da invitarle (ma l’invito fu prontamente restituito al mittente) a non indossare pantaloni, considerati segno di poca serietà.

Proprio nelle narrazioni di Teresa Vergalli e di Walchiria Terradura, tra l’altro, emerge, e viene insistentemente sottolineata, la consapevolezza della svolta che la Resistenza ha rappresentato per quanto riguarda il protagonismo politico del mondo femminile, sancendo una rottura irreversibile con un passato di subordinazione sessuale e marginalità sociale e ponendo una solida premessa per la successiva conquista del diritto di voto. Nelle due storie partigiane al femminile, tutto questo è narrato senza toni celebrativi e, soprattutto, senza tacere delle difficoltà e delle resistenze incontrate, e della tortuosità di un percorso tuttora incompiuto.

D’altra parte, se c’è un comune denominatore nelle cinque storie di vita partigiana, va rintracciato proprio nel modo diretto e immediato con cui vengono affrontate le questioni più spinose e controverse, in un approccio privo di remore e di reticenze, come si conviene a testimoni che, consapevoli della giustezza della causa per la quale si sono battuti, non avvertono alcun bisogno di idealizzare oltre misura le esperienze cui hanno preso parte direttamente: si leggano, a questo proposito, le considerazioni di Massimo Rendina sul difficile esercizio della giustizia e sulla repressione dei comportamenti illegali nelle formazioni partigiane, la rigorosa ricostruzione di via Rasella nel racconto di Rosario Bentivegna, o la seria e pacata riflessione di Teresa Vergalli sulle cause degli episodi di violenza successivi al 25 aprile. Ogni racconto, ogni riflessione rinvia a un tema più generale, che attraversa sotto traccia tutto il volume, e che investe il ruolo fondamentale che il movimento di Liberazione ha ricoperto nel restituire dignità a un Paese che altrimenti sarebbe stato solo una nazione vinta alla mercé dei vincitori, e il significato dei valori trasmessi dalla Resistenza alle generazioni successive, a presidio della vita democratica, che – come ammonisce Sergio Flamigni nella sua testimonianza – non deve essere considerata una conquista definitiva, in quanto è costantemente insidiata non solo dalle forze che consapevolmente la osteggiano, ma anche dall’indifferenza e dallo scetticismo che serpeggiano nella società civile.

Non a caso, tutte le testimonianze si concludono con un appello alle giovani generazioni a non rinunciare ad esercitare i diritti conquistati dalla Resistenza, nello spirito di chi testimonia il passato non per mera nostalgia, ma per la consapevolezza che ancora oggi l’esperienza partigiana può costituire una riserva di valori a cui attingere nei momenti di affievolimento della tensione etica e della partecipazione democratica, quali effettivamente si sono manifestati negli ultimi anni: lo ricorda efficacemente Daniele Balicco nell’introduzione al volume, esprimendo l’auspicio, al quale volentieri ci associamo, che le cinque vite partigiane possano ispirare al lettore una riflessione su come, anche nei momenti più critici, una forte assunzione di responsabilità personale possa catalizzare le energie necessarie a contrastare in modo efficace i processi degenerativi che insidiano costantemente la vita democratica e ad affermare una visione più alta e consapevole della convivenza civile.