Recensioni / Vite efferate di papi

A leggere questo magnifico volume di Baldi – millenaria storia di miracoli e brutture, ambizioni e codardie – una notizia mi ha colpito: che Leone X Medici, per organizzare sontuosi banchetti e mantenere la sua corte di eccellenti divoratori, spendeva la metà delle entrate fiscali di Spoleto, Marche e Romagne. Spesa giustificata, se solo osserviamo cosa mangiavano in quei banchetti: salsicce di carne di pavone, polpette di fagiani, pernici, beccafichi, capponi, animelle di giovani vitelle e a volte, come scherzo ai commensali, anche scimmie e corvi arrostiti in modo da sembrare prelibati. Davanti a questo scialo, a questa iniqua trivialità, non si fa fatica a capire perché le Romagne, caduto il dominio della Chiesa, abbiano sviluppato un balsamico anticlericalismo.
È ovvio che il libro, trattando di molti papi, ci narra anche la vicenda di alcuni porporati romagnoli assurti al soglio, come il cesenate Pio VI Braschi e la curiosa epidemia di miracoli sopraggiunta a Roma poco prima che arrivassero i Francesi. E via così, lungo una linea narrativa in cui svetta lo stile nitido e scenografico di Baldi che, in attrito con la cifra tenebrosa di una storia di lugubre magnificenza, accende infine la scintilla dell’ironia, artificio retorico raffinato e impalpabile, prerogativa di chi sa scrivere. Ciò detto, nessuna intenzione ghibellina: Baldi non fa che narrare vite che scorrono di fianco alla comune realtà, vicende estranee alla nostra quotidianità e al nostro carattere, vicende che scorrono sul palco della assoluta diversità. Anche se poi, tra le righe, affiora quanto rozzi, selvatici, feroci, inaccessibili, perversi e anche bizzarri furono tanti dei 260 protagonisti della bimillenaria corte papale, sovrani assoluti non predestinati e senza dinastia.
Un volume da leggere per intero, tenendo come faro quel che enunciò un giorno Pio II: «Meglio non cercare un senso nelle azioni dei papi».