Recensioni / Arno Schmidt e il dopoguerra tedesco

Schmidt (1914-1979) è una figura singolare nella letteratura tedesca: autore di culto per pochi, ignorato dai lettori comuni, emarginato ormai anche nei manuali e nel canone della critica che spesso dipendono dal caso e dalle mode. L’acuto germanista italiano Ladislao Mittner, nella sua monumentale Storia della letteratura tedesca, già nel 1963 aveva constatato che erano “rari e poco apprezzati in Germania scrittori d’inconfondibile stampo illuministico come Arno Schmidt”. In quel periodo Mittner poteva conoscere soltanto circa due terzi della produzione letteraria di Schmidt, la parte più accessibile e meno eccentrica; non erano ancora uscite le opere della maturità, bizzarre e complesse fino all’inverosimile. Schmidt è stato spesso paragonato a Joyce, e la sua narrativa fino ai tardi anni sessanta corrisponde infatti per vari aspetti all’Ulysses, mentre quella successiva assomiglia di più a Finnegans Wake, per i suoi virtuosismi vertiginosi che spesso sfociano in stramberie criptiche.
Nonostante il linguaggio ostico, pieno di neologismi, allusioni intertestuali e giochi onomatopeici, anche in italiano è apparsa una quantità notevole di traduzioni, soprattutto nell’ultimo decennio e grazie a due ottimi studiosi e traduttori, Dario Borso e Domenico Pinto. Sono stati tradotti innanzitutto testi della prima fase di Schmidt che narrano dell’agonia del nazismo e del popolo tedesco, come in Leviatano o il migliore dei mondi o che e illuminano il miserabile dopoguerra, come in I profughi. Questi due racconti straordinari, negli originali tedeschi, non superano le venti-trenta pagine, ma sembrano romanzi a tutti gli effetti, per contenuto, densità linguistica, filosofica e sociologica. Insieme ad altri testi, come quelli della trilogia Nobodaddy’s Kinder, sono usciti presso piccoli editori italiani. Sono lontani i tempi in cui Einaudi pubblicava, in due collane prestigiose a partire dal 1963, la raccolta di racconti Alessandro o Della verità. Ma il coraggio dei grandi editori non è venuto meno soltanto in Italia, anche altrove si preferisce merce di facile consumo.
Arno Schmidt nasce nel 1914 ad Amburgo, bambino precoce in una famiglia piccolo borghese, che, dopo la morte del padre poliziotto nel 1928, si trasferisce in Slesia, la loro terra d’origine, regione che la Germania perderà dopo il crollo del nazismo. Dopo la maturità Schmidt comincia a lavorare come contabile presso una fabbrica tessile vicino al confine cecoslovacco. Conosce Alice, la sua futura moglie, che sarà poi sua consigliera, serva e segretaria tuttofare. Legge forsennatamente letteratura tedesca e inglese, diventa un erudito anche in varie scienze naturali, ma rimane sempre un povero autodidatta: i presunti “studi di astronomia all’università di Breslavia”, di cui si vanterà, sono pura millanteria e mistificazione.
Durante la guerra invece Schmidt è molto fortunato, passa gran parte degli anni nella tranquilla Norvegia occupata, soprattutto negli uffici della Wehrmacht, con macchine da scrivere e carta a volontà per i suoi tentativi letterari, piuttosto epigonici e scarsi. Verso la fine della guerra riesce a salvare solo una minima parte della sua biblioteca e deve lasciare per sempre insieme alla moglie la sua amata Slesia, un trauma che si porterà dietro per tutta la vita. Viene catturato dalle truppe alleate e dopo la prigionia diventa interprete presso gli uffici di un comando inglese nella Germania nord-occidentale. Ancora una volta ha a disposizione macchine da scrivere e carta, un bene preziosissimo tra le macerie del dopoguerra. Questa volta però fa sul serio e scrive capolavori durante il suo peregrinare tra alloggi di fortuna» in uno Stato ancora lontano dal miracolo economico. Già nel 1946 crea una delle sue opere più convincenti, Leviatano o il migliore dei mondi che sarà pubblicato solo nel 1949. In italiano uscirà una prima traduzione nel 1991 per Linea D’Ombra Edizioni, una seconda, decisamente migliore, con testo a fronte e un meticoloso commento di Dario Borso per Mimesis nel 2013. È un brillante racconto dai tratti autobiografici su uno dei lati più taciuti della storia tedesca, ovvero l’esodo di circa dodici milioni di tedeschi dai territori nell’est del Reich che andranno perduti per sempre. Il narratore, l’alter ego di Arno Schmidt, nel febbraio del 1945 si trova con un gruppo di persone su un treno in fuga dalla Slesia verso ovest, sotto il fuoco dell’Armata Rossa che avanza; la guerra ormai è persa e quasi finita. Su quel treno sono radunati i rappresentanti simbolici della Germania in disgregazione: il pastore protestante bigotto con la sua famiglia, i contadini che piangono le loro terre, soldati smarriti senza comandanti. E c’è persino spazio per una timida storia d’amore del narratore, prima di un finale senza scampo. Ciò che colpisce di più sono tuttavia i ragazzi della Gioventù hitleriana, “i veri figli del Leviatano”, ancora fanatici fino al midollo che credono tuttora nella “vittoria finale”, e che minacciano di fucilare i “disfattisti” presenti sul treno. “E i loro occhi luccicavano come i vetri di un manicomio in fiamme.”
A partire dal 1950 Arno Schmidt scrive una trilogia al vetriolo sulla sua Germania: sul feroce passato nazista, sul precario presente e su uno spettrale futuro dopo una guerra atomica. Tutti e tre i romanzi sono stati tradotti con maestria da Domenico Pinto per l’editore Lavieri (2006-2009), corredati di preziosi commenti (tranne un volume, chissà perché). Il prima in ordine cronologico della narrazione, è Dalla vita di un fauno, che narra la grama esistenza di un impiegato tedesco tra il 1939 e il 1944. Il protagonista cinquantenne odia il nazismo e la propria famiglia, moglie e figli che sono fanatici seguaci di Hitler. Non ha nessuna possibilità di ribellarsi, si rifugia in un’avventura erotica con una diciottenne e nello studio escapistico e sconclusionato della storia locate. È un quadro sofisticato sulla vita quotidiana sotto il nazismo, lontana dagli orrori dell’olocausto e delle battaglie, che si affacciano solo verso la fine. Memorabile è da questo punto vista la descrizione (con echi espressionistici) del bombardamento di una fabbrica di munizioni, piccolo assaggio dell’apocalisse di fuoco che sta divorando la Germania.
La vicenda del secondo volume, Brand’s Haide, dai marcati tratti autobiografici, si svolge nel pieno dopoguerra della fame e del mercato nero, della lotta per la sopravvivenza fisica e morale: un sedicente scrittore di nome Schmidt tenta con estrema fatica di scrivere una biografa dell’autore romantico Fouqué (il reale Arno Schmidt la scriverà davvero), tra mille difficoltà e traffici di patate, legna e grappa. Tutto il libro pullula di riferimenti intertestuali, elementi irreali cari al romanticismo, di allusioni al passato della grande cultura tedesca e riflessioni sulla recente catastrofe nazista. Ma non manca neanche questa volta una storia d’amore con una donna sradicata quanto il protagonista, anche lei profuga della Slesia perduta, un amore aspro che fallirà per colpa dei brutti tempi fra sofferenze e incertezze economiche.
Ancora più cupa è l’atmosfera nella terza parte della trilogia, il romanzo Specchi neri, scritto nel 1951, ma ambientato nel futuro degli anni 1960-62, dopo una guerra nucleare che ha devastato il continente. Un narratore senza nome, molto simile a Schmidt per il carattere rabbioso e l’ideologia intransigente, s’aggira in bicicletta per la Germania del nord, tra scheletri umani e desolazione totale, sembra l’unico sopravvissuto e nei suoi monologhi interiori maledice le creature umane in generale e quelle tedesche in particolare. Non è però l’unico superstite, e nel suo vagare per sopravvivere, dopo due anni incontra una donna solitaria. A un’iniziale ostilità segue una tregua, illuminata da un breve amore, ma poi la donna lo abbandona. Pure questo testo è gremito di accenni politici e culturali, intriso di un disperato razionalismo illuminista. È di una lugubre comicità la visita del superstite in un grande museo abbandonato di Amburgo, dove si aggira per le sale come in un grande magazzino self-service, e da cui porta via i quadri dei suoi beniamini (un omaggio all’espressionismo avversato dal nazismo). Quest’ultimo romanzo della trilogia è il più pessimistico, uno sguardo apocalittico sull’umanità, un affresco nero dipinto di nero.
Nel frattempo i coniugi Schmidt si sono trasferiti dal nord protestante al sudovest della Germania, in una cittadina cattolica nella zona d’occupazione francese, “più lontano dai russi e più vicino agli americani”, dove Arno scrive nel 1952, sostenuto dalla moglie Alice, il racconto I profughi. Questo gioiello narrativo ora è uscito in italiano da Quodlibet nella brillante traduzione di Dario Borso, con un commentario unico, che sarà tradotto in tedesco e messo online, a disposizione degli schmidtiani di tutto il mondo. Anche in questo testo Schmidt racconta frammenti trasfigurati della sua vita personale, ovvero la cosiddetta dislocazione, insieme a un gruppo di profughi, in un’altra zona della Germania cui aggiunge però una toccante storia d’amore.
Il protagonista senza nome, che ancora una volta assomiglia molto al caustico Schmidt, viaggia nel 1950 in treno con un gruppo di disgraziati attraverso una Germania ancora in macerie, ma già incline al riarmo sotto il cancelliere Adenauer. Il narratore infatti inveisce contro “i buoi che eleggono il macellaio a loro re”. Ha appena conosciuto la giovane Katrin che diventerà sua compagna di viaggio e di vita tra I dislocati – è questo il titolo originale (Die Umsiedler) – ma all’interno del racconto Schmidt usa sempre la parola “profughi”. Anche lei viene dalla Slesia, e nonostante la sua tenera età ha già perso un marito al fronte e un piede sotto le bombe. Questa menomazione viene scoperta dall’uomo innamorato solo a metà racconto, e non lo scompone affatto. “Ma per il resto sono tutta a posto”, dice la ragazza, che in compenso ha un amabile carattere d’acciaio, un apparecchio radiofonico e 180 marchi di pensione da vedova. Certo, non possono sposarsi, perché sarebbe una follia perdere quei soldi. Sono queste le coordinate delta loro futura vita nel paesino cattolico dove la coppia, furiosamente atea, viene trapiantata.
Il loro nuovo alloggio è “un buco davvero inabitabile per esseri umani”, affittato da gente bigotta che vuole sapere se lui è il “vero marito”. Nel paese dominano “crocifisso e monumento ai caduti”, il kitsch cattolico e tanta malignità, ma l’amore tra i due divampa persino durante una passeggiata in mezzo a tanta desolazione. Sistemano la loro mansarda con ingegno, trovano persino un gattino e uno scaffale per i libri. Le patate costano poco e il ticchettio della macchina da scrivere completa l’idillio che fa “tremare di felicità”. Tutte le vicende di / profughi sono narrate con straordinaria densità, in un linguaggio che serpeggia tra loquacità sfrenata e una laconicità del minimo indispensabile: “Così viviamo per il momento insieme; come andrà poi, non lo so ancora.”
Nel 1951 gli Schmidt si trasferiscono in un altro paesino della zona, continuano però la miseria e le zuffe con i benpensanti bigotti, scontri di cui si trovano tracce anche in Ateo?: altroché (pamphlet tradotto a quattro mani da Borso e Pinto nel 2007). Arno si afferma anche con lavori di saggistica letteraria per la radio, sempre assistito e accudito da Alice che tiene un diario meticoloso, scrive varie altre opere come Paesaggio lacustre con Pocahontas (1955). Anche questo racconto (tradotto da Dario Borso nel 2011 per Zandonai con un commento, messo poi online in tedesco), rispecchia l’atmosfera della Germania postbellica, narra delle modeste vacanze di due amici presso un lago, le loro rispettive avventure erotiche e intellettuali, con lo stile e lo spirito più mordaci di Schmidt. Per questa opera viene accusato dì blasfemia e deve riparare nella più illuminata Darmstadt, dove nel 1956 finisce un altro capolavoro, Das steinerne Herz (Il cuore di pietra, che attende ancora i prodi traduttori italiani), il primo romanzo tedesco ambientato in tutti e due le parti della Germania divisa, segnato da uno spirito critico corrosivo nei confronti di ambedue.
Nel 1958 avviene la svolta verso la produzione matura di Arno Schmidt, dopo un ulteriore trasferimento, questa volta verso nord, nel paesino Bargfeld nella Brughiera di Luneburg, dove trascorre il resto della vita. Lì è ambientato il suo opus magnum, Zettel’s Traum (Il sogno di Bottom – da Bottom, il tessitore in A Midsummer Nigth’s Dream di Shakespeare). Narra delle avventure intellettuali e platoniche-amorose di un erudito tedesco, traduttore di Edgar Allan Poe (Schmidt ha tradotto l’intera opera di Poe). È un libro-monstrum in tutti i sensi: stampato nel 1970 nel gigantesco formato A3, 1300 pagine e circa undici chili, suscita l’entusiasmo di pochi critici e di quei lettori che ormai sono diventati devoti seguaci di Schmidt. Si dice che sia un’opera intraducibile, ma nell’autunno 2016 esce la prima traduzione integrale in inglese, Bottom’s Dream, dopo trentacinque anni di lavorio del traduttore cesellatore.
Negli anni successivi Schmidt scrive ancora molto, opere forse comprese quasi esclusiva- mente da lui stesso, come Die Schule der Atheisten e Julia, oder die Gemälde, che vengono abbastanza ignorate dal mercato libraio, ma studiate religiosamente da un manipolo di esegeti convinti. Nel 1977 trova persino un mecenate, un colto miliardario tedesco, che gli regala esattamente la stessa somma di denaro che equivale al Premio Nobel. Vive gli ultimi due anni, insieme alla moglie, sempre più ritirato e misantropo nella sua minuscola casetta nella brughiera, mentre nella trattoria del paesino si radunano i suoi discepoli (fondatori dell’ “Arno-Schmidt-Dechiffrier-Syndikat”) per discettare sul loro maestro che li detesta.
Ormai alcune opere di Schmidt fanno parte del canone fisso della letteratura, sono studiate nelle scuole tedesche e nelle università, ma soprattutto quelle della fase iniziale e media, mentre della stravagante tarda produzione sopravvivono nella memoria collettiva soltanto alcuni titoli per sentito dire. Per i traduttori italiani ci sarebbe ancora molto da fare, ma anche dell’attuale stato delle pubblicazioni certamente non ci si può lamentare.