Recensioni / Quando la “nuova” Firenze scopriva il profumo di Londra

Il titolo del libro curato da Alessandra Acocella e Caterina Toschi, Arte a Firenze 1970-2015. Una città in prospettiva ha il sapore dell'impresa titanica. Non tanto per la quantità di eventi da scandagliare, che pure sono un bel numero, quanto per l’enormità della questione del rapporto tra la città e l'arte contemporanea, di cui le polemiche sull'attuale mostra di Ai Wei Wei a Palazzo Strozzi sono solo l'ultima prova. Eppure le giovani curatrici, con un certosino lavoro di ricerca delle fonti, coadiuvato dai vari autori dei mini saggi di cui è composta la pubblicazione, sono riuscite a fornire un quadro esauriente ed illuminante, dell'attività artistica di questi ultimi 45 anni nella nostra complicata "culla del Rinascimento". Si parte dagli anni '70, evidenziando il particolare fermento creativo in Firenze, così come, parallelamente si indica la criticità del rapporto tra la componente creativa e le istituzioni cittadine, sempre in bilico tra slanci di sostegno e croniche disaffezioni. È curioso notare come le esperienze della galleria Schema e del collettivo Zona (con spazio espositivo annesso) siano nate in quel periodo dalla collaborazione tra artisti, senza dunque mediazione di galleristi né supporto pubblico, i quali rivendicavano nuove procedure di lavoro, di esposizione e di documentazione alternative a quelle logiche di mercato che sembravano inique e costrittive. La galleria Schema di Alberto Moretti e Raul Dominguez diventa crocevia delle neoavanguardie internazionali e lo spazio di via della Vigna Nuova un riferimento per tutti gli appassionati della sperimentazione artistica. Parallelamente opera il collettivo Zona, fondato da Mario Mariotti, Paolo Masi e Maurizio Nannucci, poi aperto anche a personaggi come Albert Mayr, sperimentatore di sonorità diverse, o architetti/artisti come Gianni Pettena. D'altra parte il rapporto tra arte ed architettura è in quegli anni intensissimo e quasi una peculiarità dell'ambiente fiorentino con le progettazioni radicali del Superstudio e dei suoi celebrati componenti. Incredibile il numero di artisti internazionali che lasciano a Firenze le loro testimonianze in forma di opere, scritti, performances. Nomi divenuti poi celeberrimi come Dan Graham, Bill Viola, James Lee Byars, Daniel Buren, tanto per citarne alcuni ma che il libro ricorda con documentazione puntuale. Interessantissimo il capitolo dedicato al Centro Di di Alessandra e Ferruccio Marchi. Una casa editrice, una concreta divulgatrice di pensiero contemporaneo con la libreria di piazza de' Mozzi, dove l'aria che si respirava profumava di Londra, di New York, di internazionalismo artistico. Un luogo nel quale gli studenti universitari (chi scrive tra questi) trovavano linfa per la loro sete di nuove conoscenze. Il decennio seguente inizia con la grande mostra Umanesimo/Disumanesimo curata da quella grande, insuperabile testimone che è Lara Vinca Masini. La mostra, a posteriori giudicata sensazionale per l'attualità delle sue eclettiche proposte, segnerà anche un punto di crisi tra una certa parte del tessuto cittadino, le istituzioni e chi pensava ad una "nuova Firenze" in linea con la modernità. Altri capitoli indagano il lavoro di Mario Mariotti, così legato alla sua città, ed alla genesi della rivista «Westuff» e dei contributi ad essa di Maria Luisa Frisa, Bruno Casini, Derno Ricci, Gianni Sinni e Franca Gori, per un esperimento di contaminazione fra mondi diversi ma contigui come l'arte, la moda, la musica, il design. Inevitabile, per una tale indagine saggistica, il riferimento alle realtà museali della città: quelle ipotetiche ed abortite come il Meccanotessile e quelle realizzate ma variamente concluse o interrotte come Quarter, EX3, Museo Marini e Strozzina. Il libro Arte a Firenze 1970-2015 (in uscita il 1° dicembre) sarà presentato martedì all'interno del convegno "Memorie del contemporaneo" all'Auditorium di Sant'Apollonia, via San Gallo 25.