Recensioni / Luca Vitone ed Emilio Prini. Storia di un incontro fallito

L’artista genovese si accinge a presentare negli spazi dell’American Academy in Rome il progetto realizzato durante la residenza del 2008 presso l’istituzione culturale capitolina. Un libro d’artista nato sulle tracce di un dialogo mai avvenuto.

Mancano poche ore alla presentazione di Effemeride Prini, il libro d’artista che oggi, giovedì 10 novembre, Luca Vitone (Genova, 1964) racconterà al pubblico riunito negli ambienti dell’American Academy in Rome. Nato da un progetto sviluppato otto anni fa, il libro, edito da Quodlibet, ha come protagonista silenzioso Emilio Prini, voce mancante all’interno di un dialogo mai nato. Luca Vitone ha raccontato i dettagli dell’opera in questa intervista.

Il libro d’artista che presenterà all’American Academy in Rome è il diario di un progetto incompiuto risalente all’epoca della sua residenza presso l’istituzione capitolina, nel 2008: un dialogo con Emilio Prini. Quale rapporto la legava all’artista recentemente scomparso e perché la scelta di Prini come suo interlocutore?
Prini è stato per me un riferimento negli Anni Ottanta quando ero ragazzo, studente al Dams di Bologna, non l’unico, ovviamente, ma c’era e, dopo averlo conosciuto nel 1989-90, saltuariamente l’ho frequentato quando andavo a Roma. Mi piaceva il suo spirito, il desiderio di esserci attraverso l’invisibilità. La mia sfida era arrivare a ciò che lui aveva sempre rifiutato, depositare le sue parole in un testo scritto. Alcune cose ci legavano, private e non solo, e prima di perdere la voce mi disse che quel libro lo avremmo fatto. Ma così non fu ed ecco questa pubblicazione.

Che cosa ricorda di quella residenza, a distanza di otto anni? Quanto ha influito sul suo percorso creativo?
Uno dei più bei appartamenti in cui ho vissuto, una delle vedute più spettacolari, e il piacere di attendere la cena per assaggiare il piatto del giorno di Mona Talbott. Non so quanto abbia influito, intanto è nato questo progetto.

Realizzando un libro d’artista e ricorrendo al linguaggio, seppur declinato in una forma non convenzionale, in questo progetto lei ha scelto la forma scritta come veicolo espressivo. Che peso ha la scrittura nella sua poetica? E quali potenzialità racchiude?
La scrittura è come il disegno, una pratica quotidiana utile alla crescita. Dalla quantità di parole presenti in questo libro probabilmente non sono mai cresciuto.

Oltre ai tentativi telefonici di avviare un dialogo con Emilio Prini, nel suo diario lei ha riportato anche il menu dei pasti serviti quasi ogni giorno all’American Academy in Rome. La ritualità del cibo, così cadenzata e irrinunciabile, si oppone in qualche modo all’indeterminatezza di una conversazione che non avverrà mai?
No, non si oppone, semmai accompagna i vuoti, ne sono un palliativo. Per quanto il mangiar bene, il deliziar la gola, arricchisca l’esperienza del vivere, non mi ha mai distratto dai propositi di un progetto.

Quale valore assumono l’incompiutezza e l’attesa nell’ambito della sua pratica artistica?
Dipende dal momento e dall’occasione. Qui c’è un alone di fallimento su un progetto che non vede la luce. Nello stesso momento, però, si accende un’alternativa, poi avviene un incontro che istiga Quodlibet.

Il tema dell’invisibilità e della frammentarietà torna anche nella sezione della 16esima Quadriennale di Roma che vede anche lei fra i protagonisti. Che ruolo gioca, nel suo percorso artistico, la partecipazione all’ultima Quadriennale?
Una piacevole routine di mestiere, anche se, come un comune Bartebly, si prova sempre a dire di no.